Sui relitti di Cavalaire-sur-Mer 2-9 giugno 2019

Cavalaire-sur-Mer è una graziosa località balneare con poco più di 7.000 abitanti situata sulla costa mediterranea francese. Si trova tra Saint Tropez e Le Lavandou, all’interno della grande baia circondata da Cap Lardier e da Cap Cavalaire.
Sorta su un’antica colonia greca, Cavalaire è famosa perché qui nell’agosto del 1944, durante la II Guerra Mondiale, avvenne lo sbarco dei soldati Alleati nel corso dell’Operazione Dragoon per la liberazione della Francia meridionale dall’occupazione tedesca.

Oggi questa ridente cittadina è una località turistica molto rinomata per la sua lunga spiaggia di sabbia e le varie calette che la circondano; inoltre è un paradiso per gli amanti della vela, avendo un moderno porto, protetto e di facile accesso, con una capacità di oltre 1.200 posti barca.

 

Ma Cavalaire è anche un paradiso per le immersioni subacquee, specialmente per quelle sui relitti. Nelle acque circostanti si trovano, infatti, alcuni dei relitti più belli e interessanti del Mediterraneo, oltre a pareti ricche di vita e di colori come quelle del vicino Parco Nazionale di Port Cros, la più piccola delle isole di Hyères, con il famoso isolotto de la Gabinière.
Il cacciatorpediniere Espingole, il sommergibile Rubis, i mercantili Togo, Ramon, Prophète, Donator, Trafic e Sagonà, le torpediniere Poursuivante e Torpilleur 178, gli aerei Hellcat, Wilcat e Spais… sono questi i relitti che ogni anno attraggono in queste limpide acque subacquei provenienti da ogni parte d’Europa.

Come potevo non visitare questo paradiso di “ferro” sommerso?

In effetti, erano parecchi anni che volevo visitare questi relitti, e finalmente l’amico Aldo Ferrucci, (che ha stabilito la sua base operativa proprio a Cavalaire-sur-Mer), ha ceduto alle mie insistenze ed ha organizzato una “settimana dei relitti” in queste acque.

Sono arrivato in Provenza il 2 giugno assieme a mia moglie Angela, dopo un lunghissimo viaggio di 800 km con la macchina stracarica di bombole e attrezzature. Per praticità abbiamo affittato un bungalow nel Camping de La Baie, che incredibilmente si trova in pieno centro del paese ad appena 500 metri a piedi dal porto d’imbarco. E’ stata una scelta indovinata e una soluzione comodissima, sia per la possibilità di non muovere l’auto dal campeggio, sia per la comodità di poter stendere ad asciugare ogni sera la nostra attrezzatura sulla veranda. Senza dimenticare l’economicità della sistemazione, dati i prezzi non proprio economici della Côte d’Azur.

Dal giorno successivo siamo riusciti a fare un’immersione ogni mattina, nonostante la logistica non fosse molto favorevole: i grandi lavori di sistemazione di tutta l’area portuale hanno costretto il diving Eperlan al quale ci siamo appoggiati a trasferirsi… all’interno di un container situato piuttosto lontano dall’imbarco. Inoltre il forte vento che si è alzato costantemente nella tarda mattinata di ogni giornata e la corrente a volte molto forte hanno reso alcune immersioni abbastanza impegnative. Ma noi subacquei non ci fermiamo certo di fronte a queste difficoltà, infatti con il passare dei giorni il nostro gruppo è diventato sempre più numeroso, con arrivi e partenze che si sono susseguiti per tutto l’arco della settimana.

Abbiamo rincontrato amici e persone già note e abbiamo conosciuto anche molti altri subacquei italiani e francesi, con i quali si è subito instaurato un ottimo rapporto e siamo andati a cenare insieme nei tanti ristoranti di pesce del paese, trascorrendo delle allegre serate in compagnia.

Ci siamo scambiati impressioni ed esperienze, sono nate nuove amicizie e sicuramente ci ritroveremo assieme per altre immersioni.

E’ questa la subacquea: una passione che aggrega moltissimo ed è in grado di formare stretti legami.
Per me questa settimana trascorsa a Cavalaire è stata anche l’occasione per approcciare da vicino  la comunità dei “rebreatheristi”… un mondo che mi è ancora poco familiare e al quale prossimamente mi affaccerò.


La barca diving "Eperlan II"

Aldo & Momo

A bordo della barca mi sono reso conto di essere uno dei pochi a scendere ancora in circuito aperto, con il tradizionale bibombola 12+12 e la decompressiva di EAN50. La maggior parte dei subacquei invece, compresa mia moglie, è scesa in acqua in CCR con una o due bombole di bailout.
In acqua ho notato molte differenze, soprattutto per quanto riguarda l’autonomia del gas e la durata della decompressione e questo mi ha confortato nella "sofferta decisione", ormai già presa, di frequentare anch’io un corso CCR… con l’ottimo Aldo Ferrucci come istruttore naturalmente.
Le nostre giornate sono trascorse in fretta e i ritmi sono stati molto tranquilli. Per tutta la settimana ci siamo ritrovati ogni mattina presto sulla banchina davanti alla barca Eperlan II per scaricare la nostra immensa attrezzatura dalle auto e dai furgoni. Poi uscivamo con le macchine dal porto e cercavamo un parcheggio (per fortuna la stagione estiva è appena all’inizio) e naturalmente, una volta rientrati dall’immersione, dovevamo ritornare con le nostre macchine vicino alla barca per caricare tutta l’attrezzatura e recarci al container dall’altra parte del porto per ricaricare le bombole per l’immersione della mattina successiva. Non si può dire che sia stata una passeggiata, anche se Aldo con la sua grande disponibilità e professionalità, ha fatto in modo che tutto funzionasse a puntino.

Il gruppo prima dell'immersione

Le girls: Nicla, Giuliana, Simonetta, Cristina, Alessandra, Angela

Il gruppo dopo l'immersione

Anche “Momo”, il titolare del diving Eperlan nonchè comandante dell’omonima barca è stato eccezionale. Sempre disponibile ad aiutare i subacquei ad indossare le loro pesanti attrezzature e a tuffarsi in acqua, ha condotto la barca con grande maestria e ha garantito la sicurezza delle immersioni ormeggiando alla perfezione la grande barca alle boe di discesa spesso investite da una forte corrente. Un vero marinaio esperto! E cosa dire poi della "decompressione" a base di vin rosè ghiacciato, o di Pernod offertoci da Momo ogni volta che risalivamo in barca? La sua barca poi è veramente bella. Costruita in lega leggera e spinta da due motori di 550 Hp ciascuno, Eperlan II è lunga 15 metri e data la sua larghezza è in grado di ospitare quasi una quarantina di subacquei ricreativi. Noi in quei giorni eravamo solo una ventina, ma tra rebreather, bombole decompressive e di bailout, scooter e fotocamere siamo riusciti a riempirla ogni giorno completamente.
Le condizioni meteomarine durante la settimana ci sono state sempre favorevoli, con un caldo tipicamente estivo che ha sfiorato i 34 gradi, fortunatamente temperato dal vento che si alzava ogni pomeriggio. Tranne l’ultimo giorno il mare ci ha consentito di immergerci ogni giorno, salvo “costringerci” a ritornare più volte sullo stesso relitto per essere più ridossati dal vento… ma la cosa non mi è affatto dispiaciuta. Tre immersioni sul cargo Togo e due sul sommergibile Rubis (oltre a quella sul cacciatorpediniere Espingole) sono state tutt’altro che noiose e meritavano questa lunga trasferta in territorio francese.
La nostra settimana è letteralmente volata e dopo pochi giorni dal rientro a casa si è già fatto sentire il desiderio di ritornare su quei meravigliosi relitti. Intanto però il ricordo degli enormi ventagli di gorgonie cresciute sul relitto del Togo o l’immagine impressionante della prua del Rubis che si staglia nel blu resteranno mie per sempre. Grazie Aldo per avermi fatto questo “regalo”!

E adesso vediamoli un po’ meglio questi tre relitti che ho potuto finalmente ammirare…

 

Relitto del cacciatorpediniere “Espingole”

Il relitto, posato sul fondale sabbioso alla profondità di 37-40 metri, si trova a circa 800 metri ad ovest di Cap Lardier, a 43° 09' 44'' nord / 06° 36' 19'' est.

L’Espingole era un cacciatorpediniere di 330 tonnellate di stazza, lungo 56 metri e largo 6 con un pescaggio di 3,2 metri. Era motorizzato con due caldaie che sviluppavano una potenza di ben 2.600 Hp e lo spingevano alla velocità di 26-28 nodi. Era armato con un cannone da 65 mm, due pezzi leggeri da 47 mm e due siluri da 381 mm. Il suo equipaggio era formato da 62 uomini.

 

La storia
Varato nel 1900 dai cantieri Augustin Normand di Le Havre in Francia, l’Espingole entrò in servizio attivo lo stesso anno. Nel dicembre fu assegnato alla flotta del Mediterraneo diventando il vanto della Marina Francese. Fu comandato dal L. V. Languier e, a partire dal giugno 1902, dal L. V. Marcotte. Assegnato alla flotta del Medio-Oriente, partecipò a una spedizione in Turchia il 30 ottobre 1902 nell’ambito di una disputa fra Francia e Turchia. Non essendoci stata nessuna prova di forza, rientrò nel gennaio 1903 a Rochefort e in seguito si spostò nella grande base di Toulon.

Il 4 febbraio 1903 nel corso di un’esercitazione con mare calmo, l’Espingole lanciato a grande velocità urtò violentemente sulla secca di Taillat, nella baia di Cavalaire sur Mer, e s’incagliò. L'equipaggio fu tratto in salvo dalla nave Hallebarde che provvide anche a trasferire a bordo i suoi tre cannoni. Nel pomeriggio, il movimento della marea disincagliò l'Espingole, che restò a galla.

Fu tentato il rimorchio trainando la nave per la poppa (le eliche erano praticamente fuori dall’acqua), ma dopo aver percorso appena 800 metri, la nave affondò in 40 metri d’acqua.

L’immersione
3 giugno 2019 Run Time 54 min. Max depth 39 mt. Temp. Min. 16 °C

Inclinato leggermente a sinistra, il relitto dell’Espingole è spezzato nella parte anteriore. Davanti alle caldaie la nave si è girata di 90 gradi, e la parte posteriore è ancora in assetto di navigazione. Dello scafo (costruito in legno e bronzo) ormai restano solo le parti metalliche.

Le ordinate metalliche nude formano dei suggestivi archi di cerchio perduti nel mare aperto, lasciando l’interno dello scafo accessibile. All’interno fino a qualche anno fa era possibile trovare un gran numero di proiettili dei cannoni da 47 mm e 65 mm, sia sparsi che nelle casse originali, ma poi il relitto è stato bonificato dalle autorità francesi e oggi non vi è più nulla di interessante.
Passando nel locale caldaia, si intravedono i blocchi di carbone usati come combustibile, alcuni dei quali sono stampigliati. Molte di queste “mattonelle” sono sparse anche sul fondale sabbioso intorno al relitto.

Non si tratta di un’immersione difficile, perché non è molto profonda e la visibilità generalmente è discreta. Io ho incontrato condizioni favorevoli, che mi hanno permesso di esplorare il relitto in lungo e in largo avendone una visione d’insieme.

Mi ha particolarmente colpito la forma dello scafo molto affilata, evidentemente progettata per permettere alla nave la grande velocità di cui era capace. Sopra il relitto e tra le lamiere ho visto parecchio pesce: grosse murene, alcune cernie brune di ragguardevoli dimensioni e tantissime triglie. Tutto sommato si è trattato di un bel tuffo di acclimatamento in queste acque.

 

Relitto del cargo Togo

 

Il relitto, posato sul fondale sabbioso alla profondità di 47-60 metri, si trova all’interno del golfo di Cavalaire, ben riparato da Cap Lardier, a 43° 10' 14'' nord - 06° 16' 26'' est.

La Togo, era una grande nave mercantile che stazzava 1.640 tonnellate, lunga 76 metri e larga 10,35, che aveva un equipaggio di 28 uomini.

 

Il relitto della Togo giace in assetto di navigazione sul fondale sabbioso.

Le strutture superiori del ponte s’incontrano a 47 metri di profondità, mentre la prua si trova a 55 metri. La Togo, affondata a seguito dell’urto contro una mina, non è più intatta e il relitto oggi è lungo una sessantina di metri. Un troncone della poppa, lungo una quindicina di metri, con l’elica e il timone, si trova a circa 400 metri di distanza dal relitto principale, a 68 metri di profondità e richiede un’immersione separata.

L'immersione

 

4 giugno 2019 Run Time 63 min. Max depth 52.5 mt. Temp. Min. 15 °C

6 giugno 2019 Run Time 68 min. Max depth 53.5 mt. Temp. Min. 16 °C

7 giugno 2019 Run Time 67 min. Max depth 56.0 mt. Temp. Min. 16 °C

Quello del cargo Togo, anche se non è più intatto, è sicuramente uno dei relitti più belli di tutto il Mediterraneo.
Il relitto si trova in assetto di navigazione, poggiato su un fondale di circa 60 metri, perciò l’immersione richiede sempre decompressione e una buona esperienza a queste profondità e va fatta con attenzione.
Nei miei tre tuffi non ho mai incontrato corrente e la discesa l’ho fatta avendo come riferimento una grossa cima che arriva sotto la prua a 48 metri di profondità.

A destra: a passeggio nel corridoio laterale del "Togo"

Ho fatto tre “tek dive” su questo bellissimo relitto. Ho impiegato un D12 caricato in aria come back gas e una S80 caricata in EAN50 come decompressiva. Il run time è stato sempre intorno ai 65 minuti, con un tempo di fondo di una trentina di minuti.

La visibilità è sempre stata buona e arrivando sul fondo sono rimasto subito impressionato dalla vista della nave: la Togo, infatti, sembra enorme, le sue murate sono altissime e il tagliamare di fronte al quale mi sono posizionato è veramente imponente.

Salito sopra la coperta, ho incontrato i grossi argani per il carico e le due ancore ammiragliato che sono ancora attaccate alle catene che pendono lungo le murate dagli occhi di cubia.

Sono entrato nella stiva di prua, ancora piena del carico di carbone, poi mi sono diretto verso poppa passando attraverso uno dei corridoi sul lato sinistro del cassero centrale, che sono disposti su due livelli. Qui ho nuotato sotto un vero e proprio pergolato ricoperto di gorgonie. Davvero bello ed emozionante.

Continuando a nuotare per qualche altro metro sono arrivato nella grande e buia stiva di poppa a 56 metri di profondità, dove però non c’è nulla di interessante da vedere salvo il carico di carbone.

La cosa che invece mi ha più impressionato solo stati gli enormi rami di paramuricea clavata attaccati sullo scafo della nave, con aggrappati bellissimi esemplari di astrospartus mediterraneus (stella gorgone). Le dimensioni gigantesche e i colori di queste gorgonie rosse lasciano davvero senza fiato. Intorno allo scafo e tra le sovrastrutture della nave ho incontrato fitti banchi di pesci, che creavano un insieme unico ed emozionante. Tutto era avvolto in nuvole di anthias rosa e castagnole brune.

Percorrendo i corridoi laterali mi sono affacciato anche alle varie aperture laterali, e all’interno ho potuto notare il guizzare dei pesci illuminati dalla mia torcia. Ritornando verso prua ho percorso l’altro corridoio sul lato di dritta della nave. Forse uno dei punti più belli per gli scorci suggestivi che offre.

Ai lati del castello centrale le gru di carico sono diventate dei veri e propri alberi di gorgonie rosse giganti, fra le quali nuotano banchi di dentici. Nel centro del relitto c’è una grossa apertura, in corrispondenza del punto in cui sorgeva il grande fumaiolo e sia a sinistra che a dritta sono rimaste sollevate nella loro posizione le gruette delle scialuppe di salvataggio, anche queste ricoperte di splendide gorgonie rosse. Appoggiato di traverso sul lato di dritta ho visto un albero.

Purtroppo non sono entrato nella sala macchine (che mi avevano detto essere molto bella… e stretta) perché non avevo nessuno che mi ci accompagnasse e perché a quella profondità la scorta di gas non dura molto. Mi riprometto di farlo una prossima volta se ce ne sarà l’occasione.
Ho ripetuto questo stesso percorso in ciascuna delle mie tre immersioni per fissare bene nella mente i tanti particolari del relitto e ogni volta ne sono rimasto più affascinato. Un’immersione che da sola vale il viaggio fino in Francia!

L'imponente prua del cargo "Togo"

Sulla coperta del "Togo"

Relitto del sommergibile “Rubis”

Il relitto, posato sul fondale sabbioso alla profondità di 34-41 metri, si trova a circa 1 miglio a sud-est delle Rocce di Fouras, le isolette più remote al largo di Capo Camarat, ad nord-est della baia di Cavalaire, a 43° 11,37'' nord / 6° 42,10'' est.

Si tratta sicuramente di uno dei relitti più belli e affascinanti del Mediterraneo ed è uno dei rari sottomarini accessibili ai subacquei. Lungo 66 metri e largo 7,2 con un dislocamento di 762 tonnellate, lo scafo, perfettamente conservato, ha una forma molto affilata ed è molto scenografico essendo posato in perfetto assetto di navigazione con la prua sollevata verso l’alto a causa delle forti correnti che hanno scavato una profonda fossa sotto di essa.

In seguito alla firma dell'armistizio della Francia con la Germania, il 22 giugno 1940, e con l'Italia, il 24 dello stesso mese, fu uno dei primissimi sottomarini francesi a raggiungere le forze navali francesi libere nel luglio 1940. Il Rubis fu sequestrato dagli inglesi e, pur mantenendo lo stesso equipaggio e il medesimo comandante, cambiò bandiera e combatte così per la resistenza sotto le insegne britanniche.

Dai documenti sulle operazioni militari del Rubis, si è scoperto che il sottomarino nel corso di 28 missioni depose ben 683 mine, che causarono l'affondamento di 15 navi appoggio, di 7 caccia, di un cargo di 4.360 tonnellate di stazza lorda e che danneggiarono seriamente un sommergibile.

Alla fine della guerra il Rubis, acclamato per gli ottimi risultati conseguiti, fece ritorno a Tolone e l'equipaggio fu decorato con le più alte onorificenze francesi e inglesi.

Dopo aver subito una completa revisione il Rubis venne ancora utilizzato dalla Marina Francese per parecchi anni, per l'addestramento dei sommergibilisti. Nel 1950 fu trasformato in scuola galleggiante per allievi sommergibilisti e in seguito fu scelto come bersaglio per esercitazioni con il sonar.

Dopo quasi trent’anni di prezioso servizio per il Paese, al fine di evitargli il triste destino di un’ingloriosa demolizione il Rubis fu affondato il 31 gennaio 1958 di fronte a Cap Camarat, tra Cavalaire e Saint Tropez da uno dei suoi comandanti storici che si rifiutò di “consegnare il sottomarino ai commercianti di ferrovecchio”. In questo modo i francesi riuscirono a conservare la testimonianza di una tormentata pagina della storia mondiale e il relitto si è rivelato inoltre così interessante, da attirare innumerevoli subacquei provenienti da ogni parte d’Europa.

La “carriera” del Rubis non è però terminata, infatti, svolge ancora oggi un'importante funzione militare come bersaglio per i sonar delle navi da guerra francesi durante le loro esercitazioni.

 

La storia

La storia del sottomarino francese Rubis è molto interessante. Progettato nel 1925, fu costruito nei cantieri navali di Tolone in Francia e fu varato nel 1931, prendendo servizio l’anno successivo.

Il Rubis era il quarto di una serie di sei sottomarini: il prototipo era il Saphir, del 1930, cui fecero seguito il Turquoise, il Nautilus, il Rubis, il Diamant e infine nel 1937 il Perle.

Questi sommergibili - chiamati posamine - erano stati progettati in modo da poter depositare le mine in acque nemiche senza dover emergere, e naturalmente erano anche in grado di lanciare siluri come tutti i normali sommergibili.

Tutte le 32 mine in dotazione al sottomarino erano collocate all'esterno del corpo principale pressurizzato e posizionate sotto il rivestimento idrodinamico: in ciascuno degli 8 pozzi presenti su ogni fiancata si trovavano 2 mine, disposte l'una sopra l'altra.

Giunto nel luogo prestabilito, il sottomarino sganciava le mine con un sistema pneumatico ad aria compressa, che gli consentiva di ritrovare velocemente l'assetto perso per lo spostamento di peso, senza dover emergere in acque nemiche. A differenza di altri tipi di sottomarini che depositavano le mine facendole fuoriuscire attraverso una saracinesca, questo sistema rivoluzionario riduceva di molto i rischi causati da un'emersione imprudente, proprio grazie alla nuova dotazione di pozzi per le mine esterni che consentiva al sottomarino di non porsi in condizione di essere bersaglio facile del nemico.

Le 32 mine, prodotte dalla Sauter & Harley, contenevano ben 220 chilogrammi di esplosivo e, dopo essere state sganciate, salivano in superficie e automaticamente si ancoravano saldamente sul fondo grazie a una catena.

Il motore del sottomarino, prodotto dalla Vickers-Armstrong, era un quattro tempi a sei cilindri, ciascuno con 650 Hp di potenza. In immersione il Rubis utilizzava due motori elettrici Schneider da 550 Hp che gli consentivano di sviluppare una velocità massima di 8 nodi.

Il Rubis poteva scendere a una profondità di 50 metri e innalzare il periscopio fin da 15 metri.


La suggestiva prua del "Rubis" che svetta minacciosa dal fondale

Sulla coperta erano stati installati due cannoni Schweizer Oerlicher da 75 mm e due mitragliere da 13 mm; mentre per l'attacco diretto il Rubis era dotato di tre siluri da 553 mm e due siluri da 400 mm che potevano essere lanciati dai portelli di prua.

In un primo tempo i sei sottomarini di questa classe erano tutti di stanza nella base navale di Tolone, ma nel 1936 il Rubis fu destinato al porto di Cherbourg per l'addestramento dell'equipaggio alla posa delle mine sui fondali profondi dell'Oceano Atlantico.

All'inizio del 1939 il sottomarino francese fu fatto rientrare in Mediterraneo, nel porto tunisino di Biserta, allora colonia francese, e in seguito fu assegnato alla 9ª Flotta Sottomarina di base a Dundee, in Scozia.

Il Rubis, comandato dal capitano di vascello Georges Cabanier, ricevette il suo primo ordine di operazione dall'Ammiragliato francese all'inizio del 1940: si trattava di un'operazione alleata nel Mare del Nord che aveva lo scopo di proteggere le coste finlandesi, prestando aiuto al Paese nell'eventualità di un attacco da parte russa. Diversamente da quanto previsto, il 9 aprile la Wehrmacht tedesca invase la Danimarca e la Norvegia e gli Alleati iniziarono immediatamente le operazioni per minare le acque norvegesi, allo scopo di bloccare il trasporto di ferro e di altri metalli indispensabili per l'industria bellica tedesca. Per questa azione vennero utilizzati tutti i sommergibili disponibili compreso il Rubis.

Il 3 maggio 1940 il Rubis e gli altri sottomarini riuscirono a minare l'entrata del fiordo di Egersund, sulla costa norvegese.

Dopo altre due missioni nel Mare del Nord l'Ammiragliato francese diede ordine di rientrare in patria a tutti i mezzi impegnati nelle operazioni. Soltanto il Rubis rimase nelle acque nordiche per portare a termine un'ultima missione: depositare mine nel fiordo di Trondheim, dove era concentrata gran parte della flotta tedesca nel Mare del Nord.

Sulla torretta del "Rubis"

In uscita dal portello del "Rubis"

Sulla coperta del "Rubis"

Dopo la firma dell'armistizio della Francia con la Germania, il 22 giugno 1940, e con l'Italia, il 24 dello stesso mese, fu uno dei primissimi sottomarini francesi a raggiungere le forze navali francesi libere nel luglio 1940. Il Rubis fu sequestrato dagli inglesi e, pur mantenendo lo stesso equipaggio e il medesimo comandante, cambiò bandiera e combatte così per la resistenza sotto le insegne britanniche.

Dai documenti sulle operazioni militari del Rubis, si è scoperto che il sottomarino nel corso di 28 missioni depose ben 683 mine, che causarono l'affondamento di 15 navi appoggio, di 7 caccia, di un cargo di 4.360 tonnellate di stazza lorda e che danneggiarono seriamente un sommergibile. Alla fine della guerra il Rubis, acclamato per gli ottimi risultati conseguiti, fece ritorno a Tolone e l'equipaggio fu decorato con le più alte onorificenze francesi e inglesi.

Dopo aver subito una completa revisione il Rubis venne ancora utilizzato dalla Marina Francese per parecchi anni, per l'addestramento dei sommergibilisti. Nel 1950 fu trasformato in scuola galleggiante per allievi sommergibilisti e in seguito fu scelto come bersaglio per esercitazioni con il sonar.

Dopo quasi trent’anni di prezioso servizio per il Paese, al fine di evitargli il triste destino di un’ingloriosa demolizione il Rubis fu affondato il 31 gennaio 1958 di fronte a Cap Camarat, tra Cavalaire e Saint Tropez da uno dei suoi comandanti storici che si rifiutò di "consegnare il sottomarino ai commercianti di ferrovecchio". In questo modo i francesi riuscirono a conservare la testimonianza di una tormentata pagina della storia mondiale e il relitto si è rivelato inoltre così interessante, da attirare innumerevoli subacquei provenienti da ogni parte d’Europa.

La lunga "carriera" del Rubis non è però terminata, infatti, svolge ancora oggi un'importante funzione militare come bersaglio per i sonar delle navi da guerra francesi durante le loro esercitazioni.

L'immersione

Ho fatto due immersioni su questo bel relitto:

5 giugno 2019 Run Time 65 min. Max depth 40.5 mt. Temp. Min. 15 °C

8 giugno 2019 Run Time 60 min. Max depth 41 mt. Temp. Min. 16 °C

 

Posato dritto su un fondale di sabbia bianca alla profondità di circa 40 metri, questo relitto, estremamente ricco di fauna marina, lascia a tutti i suoi visitatori un ricordo indelebile.

L’immagine più suggestiva è sicuramente rappresentata dalla prua rialzata dal fondo, che si ammira allontanandosi leggermente dal relitto, immortalata in centinaia di fotografie di subacquei di tutto il mondo.

La parte più alta del relitto si trova a 34 metri, mentre la parte più profonda vicino alle eliche (che purtroppo sono state asportate) è a 41 metri.

Nonostante la considerevole profondità, grazie alla limpidezza dell’acqua nella seconda immersione sono riuscito a scorgere le forme del relitto già scendendo poco sotto la superficie: una visione mozzafiato.

Il relitto è veramente affascinante e la sua posizione appoggiato sulla chiglia con la prua sollevata di qualche metro dal fondo lo fa sembrare in agguato, pronto a sferrare un attacco al nemico. L’immagine è abbastanza inquietante e trovandocisi di fronte ci si aspetta davvero che da un momento all'altro il Rubis accenda i suoi motori elettrici e si allontani silenziosamente nel blu.

Il relitto è in buono stato di conservazione anche se molte delle sue strutture, come la torretta, la piattaforma del cannone e i rivestimenti dei pozzi contenenti le mine, sono state irrimediabilmente rovinate dall’erosione del tempo e dal morto ondoso.

Le lamiere non sono molto ricoperte dalla vegetazione marina; sulle fiancate ci sono gorgonie e spugne, mentre nei tubi lanciasiluri, e nelle fenditure ho visto degli enormi gronghi fare capolino.

Quello che affascina però non è il pesce, pure abbondante, ma la vista della torretta (sulla quale non ho potuto fare a meno di farmi fotografare), della balaustra del cannone, dei pozzi per le mine, dei tubi lanciasiluri, del grande timone di profondità e del tranciacavi di prua. Tutti particolari che un figlio di marinai e di sommergibilisti come me è stato in grado di riconoscere facilmente. Sulla torretta non ci sono più il periscopio e tutti gli strumenti di navigazione.

Il portello anteriore è aperto a metà e permette di scorgere le strutture all'interno. Con un po’ di acrobazie, a causa della grande stage che portavo attaccata al fianco, mi ci sono infilato dentro scendendo di piedi per dare un’occhiata con la mia torcia, ma la visibilità all'interno, a causa della notevole sedimentazione, era molto scarsa.

Dirigendomi verso poppa ho riconosciuto benissimo i portelli dei pozzi dai quali venivano rilasciate le mine. Un relitto nel suo insieme davvero insolito e affascinante.

La profondità non è eccessiva, ma soprattutto nella prima delle due immersioni ho incontrato una forte corrente, sia in discesa - dove ho faticato parecchio per raggiungere a nuoto la cima e rimanervi attaccato - sia specialmente in risalita, quando i 30 minuti trascorsi a 40 metri di profondità mi hanno costretto a una lunga e faticosa decompressione attaccato “a grappolo” alla cima assieme ad altri  quindici subacquei. Avere in tasca una jon line sarebbe stato comodo…

La zona di Cap Camarat, in determinati periodi dell'anno e a seconda dell'ora, è famosa per le forti correnti, a volte talmente impetuose da non permettere di effettuare l’immersione. Bisogna tenerne conto nella pianificazione. Noi, tutto sommato, siamo stati fortunati.

 

 

 

 

 

 

 

 

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