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Manerba del Garda, 17 febbraio 2008
Nemmeno una parola. Un cenno circolare di ok e poi, in un attimo, scendiamo tutti giù, inghiottiti dalle acque del lago, come fossimo attratti da una mano invisibile che ci attira verso il fondo. Arrivati sul sommo della secca, ci fermiamo solo un istante e poi saltiamo oltre la scarpata che precipita nelle profondità del lago. Formiamo le coppie e iniziamo la nostra navigazione lungo la parete, incominciando a scendere. La discesa è veloce: -25, -30, -35, -42 metri. Assumiamo un assetto orizzontale perfettamente neutro e manteniamo la nostra quota attorno ai 40 metri di profondità. E’ un’immersione tranquilla: nessuno ha voglia di strafare stamane. Il silenzio è assordante. L’atmosfera ovattata e surreale del lago ci avvolge completamente. I fasci delle nostre torce squarciano le tenebre. Piccoli puntini luminosi nell’immensa oscurità del lago. Sento il mio respiro lento e cadenzato, che diventa sempre più regolare con il passare dei minuti. Sento il rumore delle mie bolle che salgono verso la superficie. E’ l’unico rumore che infrange il silenzio impenetrabile di questo lago. Sopra di noi un leggero chiarore verdognolo e sotto… il nero più cupo. La parete rossiccia è molto frastagliata: ci sono tetti, guglie, spaccature, rientranze. E’ bello nuotare senza peso lungo la parete di questa montagna sommersa. Lo scenario è davvero bello La roccia ha un colore particolare, restituitoci dalle nostre lampade che penetrano l’oscurità profonda del lago. Ancora silenzio. Trattengo per un attimo il respiro per interrompere il flusso delle mie bolle, ed ecco che sento forte e distinto il battito del mio cuore. Spengo per un istante la mia torcia e mi lascio avvolgere dall’assoluta oscurità che mi circonda. Eccomi di nuovo qui nel profondo di quell’elemento liquido che mi da la pace che io cerco continuamente. Acqua. Non importa se è dolce o salata. L’acqua mi avvolge completamente, mentre volteggio senza peso e mi copre, mi circonda, mi abbraccia, mi protegge. Io sto davvero bene quaggiù. Non sento particolarmente il freddo. Soltanto le mani sono un poco intirizzite e mi fanno ricordare che ci sono appena 6 gradi di temperatura. Per il resto, provo solo una sensazione di grande benessere. Del resto, è quello che io provo sempre, quando mi sento abbracciato dall’acqua che mi circonda e mi fondo completamente con essa. Do un’occhiata al manometro. Indica 100 bar. Di colpo esco da questo sogno in cui vagavo felice con la mente e mi ritrovo proiettato nella realtà dell’immersione nel lago. Una realtà dura. E’ il momento di ritornare. Ripercorriamo a ritroso lo stesso percorso, guadagnando lentamente quota. Sgonfio il mio gav e gonfio leggermente la muta stagna. Mi rimetto in assetto neutro e nuoto lentamente fino al cappello della secca, dove scorgo da lontano la lunga cima bianca dell’ancora che conduce fino alla nostra barca. Incominciamo una lenta risalita. Poi una breve sosta a 3 metri di profondità. E poi di nuovo fuori, in “questo mondo”, così diverso e così estraneo al mondo che c’è laggiù. Sono passati 35 minuti. Siamo già fuori. Fa molto freddo, ma dentro di me sento quel calore che si prova solo dopo aver fatto una cosa bella. Prima immersione dell’anno. Prima immersione nel lago fatta in febbraio. Un’altra perla da aggiungere alla mia collana di ricordi. |
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