L'incidente delle Maldive - Maggio 2026

Quello che segue non è il racconto di una delle mie immersioni più belle, è la cronaca del grave incidente subacqueo avvenuto alle Maldive nel pomeriggio del 14 maggio 2026, nel quale hanno perso la vita cinque subacquei italiani durante un’immersione nei pressi dell’isola di Alimathà nell’atollo di Vaavu.

Questa disgrazia mi ha particolarmente colpito, perché appena un mese prima ero stato negli atolli centrali delle Maldive per una crociera subacquea simile a quella nella quale sono morti i miei connazionali e mi ero immerso anche nei pressi dell’isola di Alimathà dove si è consumata la tragedia.

Al racconto dell’incidente (sulla causa del quale ancora non si conoscono molti particolari) segue una serie di considerazioni che spero possano essere utili a chi pratica l’immersione, affinchè simili disgrazie possano non ripetersi. Mi viene in mente il monito "In mare siamo ospiti"… niente di più vero.

 

 

IL LUOGO DELL’INCIDENTE

 

Il gruppo di subacquei italiani è rimasto vittima di un fatale incidente mentre visitava un sistema di grotte coralline piuttosto profonde, che si chiama Dhekunu Kandu, noto anche come "Grotta degli squali", perchè spesso al suo interno si trovano gruppi di squali grigi che dormono appoggiati sulla sabbia. Si tratta di due ampie cavità collegate tra loro. La prima ha l’ingresso a circa 50-55 metri e non è una vera e propria grotta, ma una caverna (perciò si vede sempre l’esterno ed è abbastanza luminosa); la seconda invece si raggiunge attraverso un tunnel lungo una trentina di metri ed è una vera grotta, buia e senza la possibilità di vedere immediatamente l’uscita. All’interno della seconda cavità, che si trova a circa 60 metri di profondità si dirama un cunicolo piuttosto stretto senza via d’uscita. La grotta non è molto lunga, circa 200 metri, ma è molto impegnativa.

L’ambiente è considerato ad alto rischio a causa di diversi fattori. Le correnti oceaniche che attraversano il canale (kandu) possono essere molto forti e, all’interno della grotta, possono dar luogo a turbolenze e all’effetto Venturi, intrappolando i subacquei. In profondità, la luce naturale si riduce drasticamente, e per esplorare la grotta servono torce subacquee adeguate. L’immersione richiede una preparazione tecnica specifica (certificazione "cave" cioè speleologia subacquea), un’attrezzatura specifica e il rispetto rigoroso dei protocolli di sicurezza.

 Ricostruzione in 3D della grotta di Dhekunu Kandu

 

LA CRONACA

 

I subacquei scomparsi facevano parte di un gruppo di una ventina di subacquei che era in crociera da alcuni giorni sul m/y "Duke of York".

Le vittime coinvolte nell’incidente sono: Monica Montefalcone, professoressa associata di Ecologia marina presso il DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita) dell’Università di Genova, sua figlia Giorgia Sommacal, Federico Gualtieri biologo e ricercatore, Muriel Oddenino ricercatrice e Gianluca Benedetti guida subacquea, operation manager e capo barca.

Monica, Federico e Muriel stavano partecipando a un progetto di ricerca scientifica per conto del DISTAV dell’Università di Genova che raggruppa le attività di ricerca e didattica in ambito geologico, biologico e ambientale. Del team di ricerca faceva parte anche una studentessa dell’Università di Genova (la cui identità è stata protetta dai media per tutelarne la privacy). Questa ragazza fortunatamente quel giorno non si è immersa e perciò si è salvata.

Il 15 maggio l’Università di Genova ha emesso il seguente comunicato: «In merito ai tragici fatti avvenuti ieri alle Maldive, che hanno portato alla scomparsa di cinque persone, di cui quattro strettamente legate all’Università di Genova, l’Ateneo precisa quanto segue. La professoressa Monica Montefalcone, associata di Ecologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita – Distav e la dottoressa Muriel Oddenino, assegnista di ricerca presso lo stesso Dipartimento, si trovavano alle Maldive nell’ambito di una missione di ricerca scientifica, finalizzata ad attività di monitoraggio dell’ambiente marino, con particolare riferimento agli effetti dei cambiamenti climatici sulla biodiversità tropicale. La professoressa Montefalcone ha dedicato a questi temi un’intensa attività di ricerca, documentata da numerose pubblicazioni scientifiche». «L’attività di immersione subacquea non rientrava in alcun modo nelle attività previste dalla missione scientifica, ma è stata svolta a titolo personale». «Non erano parte della missione scientifica Giorgia Sommacal, studentessa dell’Università di Genova, e Federico Gualtieri, neolaureato magistrale UniGe in Biologia ed Ecologia marina, anch'essi vittime del tragico incidente…».

Non vedendo tornare in superficie i subacquei, è scattato l’allarme e sono state subito avviate le operazioni di ricerca e recupero dei sub dispersi. Il primo corpo recuperato è stato quello della guida Gianluca Benedetti, che si trovava all’interno della caverna a circa 50 metri di profondità.

A causa del maltempo le ricerche sono state subito sospese, ma il 16 maggio sono riprese e il sergente maggiore delle Maldives National Defence Force Mohammed Mahdi, un esperto sommozzatore militare locale, nel tentativo di recuperare i corpi delle altre vittime che si trovavano nella grotta più profonda è rimasto vittima di un’embolia e ha perso la vita poco dopo il ricovero in ospedale.

Il Il m/y "Duke of York"

Le vittime italiane

 

LE OPERAZIONI DI RECUPERO DEI CORPI

 

Nei giorni successivi i corpi delle altre quattro vittime sono stati recuperati grazie all’intervento di un team di esperti soccorritori finlandesi appartenenti al DAN Europe: Sami Paakkarinen, Patrik Grönqvist e Jenni Westerlund, tre speleosubacquei tra le massime autorità mondiali nel campo della ricerca e del recupero di dispersi a grandi profondità e in ambienti complessi.

Sami, Patric e Jenni sono intervenuti a titolo gratuito, non hanno chiesto nulla, hanno solo dato. Hanno compiuto una missione difficilissima, sia fisicamente che emotivamente, una missione rischiosa, per quanto loro fossero esperti, solo per "riportare a casa" quei corpi, consegnarli ai loro cari e dare un po’ di pace alle famiglie. Per restituire un figlio, un fratello, una sorella, una moglie. Per ricordare a tutti che esistono ancora persone che fanno il bene senza cercare guadagni, applausi, e riconoscimenti. Persone che meritano tutto il nostro rispetto.

I tre sub hanno individuato a circa 50-60 metri di profondità un tunnel non presente sulle mappe che si dirama dalla grotta più profonda, e proprio in questo tunnel sono rimaste intrappolate in fila indiana le quattro vittime che non sono riuscite a trovare la via del ritorno.

Al termine delle operazioni, Sami Paakkarinen, ha dichiarato: «È chiaro che si trovavano troppo in profondità, in un luogo in cui non dovevano essere. Avevano l’attrezzatura tipica delle immersioni alle Maldive, ma per scendere in grotta serve altro, più dispositivi, più bombole, il rebreather e dei dispositivi di sicurezza. Temevo che non li avremmo trovati mai, c’era anche la possibilità che fossero dispersi nell’oceano e che nessuno li avrebbe mai recuperati. Poi quando abbiamo individuato il tunnel che non era sulla mappa e abbiamo visto dei segni sulla sabbia abbiamo capito che quella era la strada da seguire».

La delicata missione del team finlandese è durata quattro giorni e si è conclusa con il recupero anche di tutta l’attrezzatura dei sub deceduti che è stata consegnata alle autorità maldiviane che conducono l’indagine.

 I tre soccorritori finlandesi

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’INCIDENTE

Non appena ho appreso dai media la notizia della tragedia avvenuta alle Maldive sono rimasto molto colpito, ma inizialmente, per una doverosa forma di rispetto e di pietà verso le vittime e i loro familiari, mi ero imposto il silenzio, perché in casi come questo occorre l’umiltà di riconoscere che senza informazioni precise ogni commento è una pura supposizione, che può fare più danno che beneficio. Non mi sono unito al coro di supposizioni, di spiegazioni dei vari esperti, di ricostruzioni dell’accaduto, e soprattutto non mi sono permesso di giudicare nessuno. Servono fatti, non supposizioni. Sui media e soprattutto nei social ho sentito e ho letto davvero di tutto. Io ho preferito rimanere in silenzio,ma nel frattempo ho cercato di documentarmi il più possibile e di farmi un’opinione grazie alla mia modesta esperienza subacquea, aspettando che si calmasse un po’ il clamore mediatico.

Adesso, a distanza di parecchi giorni, i contorni e la dinamica di questo incidente sono abbastanza chiari. Più emergevano dettagli sull’incidente, più prendeva forma una realtà inquietante. Una catena di errori, limiti superati e condizioni estreme che non concedono molte possibilità di salvezza. Restano ancora molti dubbi. Forse le indagini delle autorità competenti, che si concentreranno sull’attrezzatura, sui log dei computer e sulle riprese delle telecamerine Go Pro che i subacquei avevano con loro potranno mettere a fuoco alcuni particolari ancora poco chiari e accertare eventuali responsabilità. Molto probabilmente però, l’esito di queste indagini non sarà divulgato (come purtroppo avviene quasi sempre) e la tragedia delle Maldive sarà presto dimenticata.

Disgrazie come questa dimostrano che è necessario far crescere la consapevolezza e l’attenzione in chi affronta la subacquea. Perciò faccio alcune mie considerazioni di carattere generale, che possono sembrare anche banali, cercando di fissare dei punti fermi, affinchè da questa vicenda si possano trarre utili insegnamenti per aumentare la sicurezza di tutti quelli che s’immergono.

 

CHE COSA SI SA, O SI SAREBBE DOVUTO SAPERE

 

Partiamo da alcuni aspetti basilari che qualunque subacqueo, anche di modesta esperienza, conosce o dovrebbe conoscere.

Secondo tutte le didattiche subacquee fare un’immersione a una profondità superiore a 40 metri significa uscire dalla subacquea sportiva o "ricreativa" ed entrare nel campo delle cosiddette "immersioni tecniche" (cosa diversa dalle immersioni "professionali", civili o militari).

Senza entrare troppo nel dettaglio, le prime si svolgono utilizzando una bombola caricata con semplice aria atmosferica (21% ossigeno + 78% azoto), e non richiedono tappe decompressive durante la risalita. Le seconde invece richiedono una specifica attrezzatura e una scorta più abbondante di gas, che di solito è una miscela (cd. trimix) di ossigeno, azoto ed elio mixate in varie percentuali. Questa miscela di gas riduce sensibilmente il rischio della narcosi da azoto (o ebbrezza da profondità), che spesso rende i subacquei privi della lucidità necessaria per condurre correttamente l’immersione. Le immersioni tecniche, essendo più profonde, durante la risalita richiedono delle tappe obbligatorie di decompressione.

Il fatto che tutte le Agenzie didattiche subacquee prevedano una molteplicità di brevetti subacquei che abilitano a immersioni a quote via via più profonde e certificano il possesso di determinate abilità non è solo un discorso di marketing per vendere un maggior numero di brevetti e di specialità. Un apprendimento graduale delle varie abilità subacquee necessarie a compiere immersioni man mano più complesse permette quella crescita graduale che è fondamentale. Immergersi fino a 18 metri (1° livello di certificazione) non è come scendere a 30 o 40 metri, perché man mano che si scende in profondità entrano in gioco tante variabili e tanti fattori che solo con l’esperienza si è in grado di riconoscere e saper controllare.

E' fondamentale rispettare i limiti del proprio brevetto e fare esperienza, e l’importanza di un percorso di apprendimento continuo, fatto di vari step via via più complessi è evidente quando si parla di immersioni “tecniche” o di immersioni speleo subacquee, nelle quali, oltre all’addestramento specifico e all’attitudine, assumono un’importanza fondamentale l’attrezzatura, la tecnica d’immersione e le caratteristiche del gas respiratorio.

 

L’IMMERSIONE IN GROTTA

 

L’immersione all’interno delle grotte sommerse (speleosubacquea) è, per sua natura, un’immersione "tecnica": richiede una preparazione specifica ed è potenzialmente più pericolosa di un’immersione in acque libere, perché si svolge in un ambiente che non consente una risalita diretta in superficie e non permette di vedere in ogni momento la via d’uscita.

Per affrontare un’immersione speleosubacquea, specialmente a una quota profonda, è necessario fare un’attenta pianificazione e rispettare rigidamente protocolli ormai standardizzati, frutto delle "best practices" in materia.

Occorre quindi una corretta configurazione dell’attrezzatura, una scorta di gas sufficiente, avere le miscele respiratorie più adatte per la fase di fondo e per la decompressione, un calcolo rigoroso del gas di riserva (la cd. "regola dei terzi" o dei quarti), l’impiego di sistemi di illuminazione ridondanti, e il posizionamento continuo della sagola-guida (il cd. "filo d’Arianna") come riferimento primario per l’orientamento e l’uscita dall’ambiente ostruito. Tutti questi elementi sono essenziali e costituiscono i prerequisiti minimi di sicurezza per un’immersione in grotta. Inoltre, è necessario avere un background addestrativo formale e certificato nella speleologia subacquea, (brevetto "cave") consolidato attraverso un’esperienza pratica significativa. Tutto ciò fa capire che l’immersione in una grotta è un’attività complessa e piuttosto pericolosa.

 

RISCHIO E POSSIBILITÀ DI ERRORE

 

Ovviamente il "rischio zero" non esiste, e l’errore umano in un’attività complessa come l’immersione in una grotta è sempre possibile anche tra esperti, perché l’imprevisto e un certo rischio residuo sono elementi intrinseci di qualsiasi attività oggettivamente pericolosa. Non è accettabile però sottovalutare il rischio o violare le regole che guidano le immersioni in grotta.

Spesso si parla di "fatalità", ma solo ed esclusivamente quando un incidente accada dopo aver rispettato completamente e rigorosamente tutti i protocolli di sicurezza previsti, si può legittimamente parlare di tragica fatalità, altrimenti no! Inoltre, una cosa è il rischio inevitabile, un’altra è l’imprudenza evitabile.

E quando l’imprudenza è commessa da chi non ha rispettato le regole di cui - in quanto esperto - doveva per forza essere a conoscenza, è difficile giustificarlo.

 

ERRORE O NEGLIGENZA

 

Quando si fanno le analisi degli incidenti, in qualsiasi campo essi avvengano, si fa una netta distinzione tra errore e negligenza. Errore è uno sbaglio commesso involontariamente, mentre si tenta di fare tutto per bene, seguendo le regole, ma si dimentica qualcosa. Negligenza è quando si è coscienti di fare qualcosa di sbagliato/contro le regole, ma si fa lo stesso, volontariamente.

Alla luce di quello che ormai è stato appurato, sembra evidente che nel caso dell’incidente avvenuto alle Maldive vi siano state negligenze piuttosto che errori. E’ triste doverlo dire, ma i fatti purtroppo parlano abbastanza chiaro. Le indagini delle autoritàpotranno fornire elementi di maggiore chiarezza sulla vicenda, ma una cosa che difficilmente potranno stabilire con certezza è il motivo di queste negligenze: questo purtroppo rimarrà custodito nelle menti di quei poveretti.

Le vittime sono state definite da tutti "subacquei esperti", perciò si può supporre che la negligenza sia stata causata proprio dalla troppa esperienza, ovvero da quella che in inglese si chiama "overconfidence bias" (distorsione da eccessiva confidenza). E’ probabile che questa sia la causa, ma non lo sapremo mai con certezza.

 

L’IMPORTANZA DI SAPER RINUNCIARE A UN’IMMERSIONE

 

A bordo del m/y Duke of York, oltre a una ventina di subacquei che stavano partecipando al "liveaboard" (safari subacqueo) facendo immersioni ricreative, c’era anche un’altra ragazza facente parte del gruppo di ricercatori dell’Università di Genova che avrebbe dovuto immergersi con il gruppo di subacquei penetrati nella grotta. Questa persona però non si è tuffata in acqua, forse perché ha valutato che in quelle condizioni l’immersione era troppo rischiosa. Con il senno di poi si può dire che abbia preso la decisione giusta.

Fin dai primi corsi di subacquea mi hanno insegnato che capire quando non immergersi è una delle decisioni più importanti che un subacqueo possa prendere. Decidere di non immergersi, anche quando tutto sembra pronto, richiede coraggio, lucidità e consapevolezza. Non è un segno di debolezza, ma una vera e propria "abilità subacquea", tanto importante quanto il controllo dell’assetto o la lettura del manometro.

Molti subacquei, soprattutto alle prime esperienze, credono che "immergersi sempre" sia sinonimo di coraggio, spirito di avventura o dedizione. In realtà, non immergersi quando qualcosa non va, è un atto di profonda consapevolezza e un segno di responsabilità verso se stessi e verso il gruppo.
Dire NO non significa essere deboli o impreparati: significa avere la lucidità di capire che lo stato fisico, o mentale oppure le condizioni ambientali non sono ideali per un’immersione sicura, perché non tutte le giornate sono uguali, non tutti i mari sono uguali, e nemmeno noi siamo sempre nella stessa condizione. Occorre ascoltare il proprio corpo. La capacità di valutare la propria idoneità fisica e mentale e quella dell’attrezzatura che si sta impiegando è una delle più grandi dimostrazioni di maturità subacquea. Ignorarla, al contrario, può portare a incidenti evitabili.

 

QUANDO NON IMMERGERSI E’ LA DECISIONE MIGLIORE

 

Ci sono alcune condizioni o situazioni in cui non immergersi è la scelta più intelligente del "subacqueo responsabile".

1) Stanchezza fisica o mentale: dopo una cena pesante, una notte insonne, un lungo viaggio o una giornata stressante, il nostro corpo potrebbe non essere pronto per immergersi in sicurezza.

2) Malessere anche lieve: un semplice raffreddore, un fastidio alle orecchie o una digestione difficile possono compromettere la sicurezza.

3) Ansia o sensazioni negative: se il pensiero dell’immersione provoca un senso di disagio o insicurezza, è bene ascoltarsi.

4) Attrezzatura non perfettamente funzionante o non familiare: è meglio non scendere con un erogatore che perde o una muta non confoirtevole.

5) Condizioni meteo-marine sfavorevoli: mare molto mosso, corrente forte, visibilità scarsa.

6) Scarsa familiarità con il sito d'immersione o con il compagno che ci viene assegnato.

 

Durante il briefing pre-immersione il subacqueo deve fare una specie di autoanalisi, deve ascoltare il proprio corpo. Il briefing è molto importante, perché in quel momento ci si confronta con la guida, si valutano le condizioni, si ripassano i segnali, ma soprattutto si ascolta il proprio stato interiore. In quel momento ognuno dovrebbe chiedersi con sincerità: «Mi sento pronto per questa immersione?», o meglio ancora «Me la sento abbastanza da poter essere utile anche al mio compagno, in caso di necessità?»

Spesso il subacqueo sente una specie di pressione psicologica che lo costringe a immergersi per non rovinare l’immersione dei compagni o per la paura di fare brutta figura, di sembrare pauroso o impreparato. Ma l'esperienza insegna che il vero subacqueo non si misura in metri di profondità o in numero d’immersioni: si misura in scelte consapevoli. Dire NO davanti al gruppo non è una vergogna, è un atto di forza e responsabilità. E se sì è giudicati male per questo, forse è meglio cambiare compagni d'immersione.

Se una persona dice chiaramente: «Oggi preferisco non scendere» deve essere rispettata, perché in quella frase c’è tutto: ascolto del proprio corpo e delle proprie emozioni, responsabilità e soprattutto maturità. Ogni immersione è una decisione. E come tutte le decisioni, deve essere presa con lucidità e valutando il rischio. In definitiva, comprendere quando rinunciare all’immersione è parte integrante della subacquea e della crescita personale.

 

UN PAIO DI CONSIDERAZIONI FINALI

C’è un’enorme differenza tra un rischio ponderato e la totale mancanza di pianificazione. Il calcolo dei tempi di permanenza sul fondo e di risalita con una sola bombola da 12 litri è abbastanza semplice da fare per dei subacquei esperti. Se l’obiettivo di quel tuffo era entrare solo nella prima camera a 50 metri di profondità e tornare indietro i sub avrebbero dovuto sapere che erano proprio al limite. Se invece avevano addirittura l’intenzione di addentrarsi nella seconda camera più profonda, dovevano sapere che anche se si fossero subito girati e fossero tornati indietro imboccando il corridoio giusto, non sarebbero comunque riusciti a riemergere nei tempi a loro disposizione (tempo di fondo + tempo di risalita + tempo di decompressione) perché l’aria sarebbe finita prima. La mancata valutazione di tre semplici fattori (profondità, scorta di gas, tempo) è stata fatale.

Queste sono solo delle semplici considerazioni oggettive, sulla base dei fatti ormai accertati. A mio avviso fare quel tipo d’immersione in quelle condizioni è stata una decisione a dir poco azzardata. Mi auguro che un’attenta valutazione di come si sono svolti i fatti, avvalorata dai risultati definitivi delle indagini – che spero siano divulgati nell’interesse di tutta la comunità subacquea – serva a far riflettere affinchè altri subacquei non si trovino mai in quelle condizioni. Almeno quei poveretti non saranno morti invano.

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