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di Tecnica & Medicina

 

 

96.  IL SOCCORSO AL SUBACQUEO IN DIFFICOLTA' 

di Giovanni Testa  www.bluweb.it

 

Trovarsi di fronte ad un subacqueo in difficoltà o in pericolo è sicuramente una delle situazioni più drammatiche che ci può capitare sott’acqua ed è la situazione in cui bisogna agire senza indugio, con assoluta freddezza, determinazione ed efficienza.

Tutte le didattiche prevedono esercizi in cui si simula generalmente il recupero dal fondo di un sub colto da malore e il successivo trasporto a nuoto verso l’imbarcazione appoggio o la riva. Sono naturalmente esercitazioni che hanno poco o nulla di realistico, con il sub “infortunato” tranquillo, che collabora senza agitarsi. Un po’ come certe arti marziali che ti vogliono convincere che riuscirai a stendere un pericoloso avversario armato di coltello, chiaramente sul tappetino della palestra, con un antagonista anche lui collaborativo come un agnellino e con un coltello di gomma. La realtà, invece, è sempre un tantino diversa.

Sopra: il soccorritore pratica la respirazione artificiale al sub infortunato.

Sotto: somministrazione di ossigeno all'infortunato.

Vediamo quali sono le varie situazioni che si possono presentare.

Un buon subacqueo è anche quello che è ha un atteggiamento sempre presente e vigile nei confronti del compagno d’immersione. Questa abilità consiste nel saper prevedere e anticipare eventuali situazioni anomale, in modo da poter intervenire e risolverle sul nascere, prima che esplodano diventando di più gravi o addirittura ingestibili. Se ne parla tanto, ma quello che occorre fare è davvero molto semplice: guardarsi spesso, controllare a vicenda la propria attrezzatura e il comportamento, pronti a cogliere la minima anomalia prima che si trasformi in un guaio più grosso.

Osservare se il nostro compagno ha lo sguardo assente e imbambolato, se fa movimenti strani e inconcludenti, se il suo pinneggiamento è poco o affatto efficace, se respira affannosamente, se ha perdita d’aria dalla rubinetteria, da un primo stadio o da una valvola del GAV, se ha un cinghiaggio allentato o sganciato, se una parte dell’attrezzatura penzola e rischia d’impigliarsi.

A volte basta la presenza sollecita e rassicurante del compagno per far rientrare rapidamente situazioni che possono altrettanto velocemente precipitare e virare verso il disastro, basta il semplice contatto fisico, il porgere l’erogatore di scorta o aiutare a trovare il proprio che non è più al suo posto, chiudere un rubinetto che perde, serrare meglio una valvola del GAV.

 

Se il nostro compagno è impegnato in un’operazione faticosa che può facilmente portarlo in affanno come sistemare o disincagliare l’ancora lottando contro la corrente o predisporre un sistema di risalita d’emergenza, non stiamocene tranquilli in disparte ad assistere passivi ma chiediamoci cosa possiamo fare per essere realmente d’aiuto senza arrecare impaccio o confusione.

Se il nostro compagno ci segnala di sentirsi male, ma si mantiene cosciente, la sua assistenza diventa priorità assoluta. Si avvisa un altro componente del gruppo, se presente, quindi si stabilisce il contatto fisico col sub in difficoltà e lo si riconduce senza indugio verso la cima di risalita o il punto di emersione più vicino. A volte si tratta solo di malesseri passeggeri, come capogiri dovuti a errata o frettolosa compensazione o affanno. In questo caso può essere opportuno sostare qualche secondo e invitare il sub a respirare lentamente e profondamente per eliminare l’anidride carbonica in eccesso, quindi sarà lui stesso a decidere se continuare l’immersione o interromperla comunque.

Se il nostro compagno è in evidente stato di narcosi, non reagisce agli stimoli esterni o appare addirittura insofferente nei nostri confronti, non avvicinarlo mai di fronte, ove un suo gesto inconsulto può strapparci la maschera o l’erogatore, aggirarlo invece e afferrarlo saldamente per la rubinetteria, restando più in alto delle sue spalle e fuori dalla portata delle sue mani. Iniziare la risalita lentamente, curando che non sputi l’erogatore. Generalmente, dopo pochi metri, i sintomi della narcosi regrediscono e il sub colpito ritrova il suo controllo. Valutare bene il suo stato e, come buona norma, concludere l’immersione.

Ora poniamo il caso di trovarci di fronte al nostro compagno colpito da malore grave, con perdita dei sensi. La situazione impone un’unica soluzione: riguadagnare immediatamente la superficie. In questi casi i margini di reazione si restringono notevolmente, anche alla luce del fatto che solitamente utilizziamo normali attrezzature scuba e non granfacciali, comunicatori, caschetti, ombelicali e cime guida che, in caso di svenimento, precludono il rischio di annegamento dell’operatore, dilatando i tempi di recupero. Anche in questo caso allertiamo un altro compagno e assicuriamoci per prima cosa che il sub svenuto possa continuare a respirare. Manteniamogli l’erogatore in bocca e cominciamo senza indugio il suo trasporto verso la superficie. Solo in caso di assoluta emergenza sganceremo la sua zavorra, ma mai la nostra. Se ci dovesse sfuggire di mano, l’eccessivo assetto positivo ci farebbe allontanare subito da lui, impedendoci di continuare l’operazione di salvataggio.

E’ bene che le zavorre restino al loro posto, dal momento che sicuramente dovremo ottemperare agli obblighi decompressivi, anche se solo a scopo precauzionale se il tutto capita quando siamo ancora in curva di sicurezza. Regoliamo la risalita agendo sul comando del GAV del sub in difficoltà ma con attenzione, evitando pallonate incontrollate che ci costringerebbero ad abbandonarlo. In queste situazioni, fondamentale è l’apporto di un altro subacqueo, dato che un simile intervento può veramente essere al di sopra delle nostre forze, portandoci rapidamente all’affanno e nell’impossibilità di proseguire. Durante la risalita è reale il rischio di barotraumi, se il sub svenuto non espira regolarmente, soprattutto tra i 20 metri e la superficie, dove le differenze pressorie sono maggiori.

Se il sub svenuto ha perso l’erogatore non perdere tempo nel cercare di rimetterglielo in bocca, guadagnare la superficie e accertarsi che espiri, tenendogli il capo iperesteso all’indietro, in modo da assicurare la pervietà delle vie respiratorie. Compito del sub o dei sub che eseguono l’operazione sarà di focalizzare la massima attenzione su ogni fase dell’operazione prevedendo e, se il caso, anticipando ogni imprevisto, sforzo, situazione che potrebbero ostacolare il recupero. Fondamentale in questi casi la perfetta e completa sintonia con la barca appoggio che prevede la presenza di un barcaiolo esperto, conscio delle problematiche dei subacquei e che sia sempre vigile, piuttosto che impegnato nella tintarella o a tubare al cellulare con la ragazza.

Se l’incidente avviene lontano dalla cima dell’ancora è bene che un sub del gruppo lanci immediatamente la boa gonfiabile, non solo per segnalare alla barca il nuovo punto di riemersione, ma anche per creare una stabile linea di appoggio.

E' bene avere con sé sempre due boe, una rossa e una gialla. Si può così stabilire una sorta di codice con chi resta in barca: per esempio la boa gialla potrà significare una risalita in un punto diverso ma senza problemi, quella rossa un’emergenza qualsiasi, come l’esaurimento del gas.

Una volta condotto il sub svenuto in superficie si dovranno comunque attuare tutte le procedure di emergenza, come la rianimazione cardiopolmonare, se necessaria, la somministrazione di ossigeno puro e trattare il soggetto come possibile embolizzato, allertando tutte le strutture del caso (il 118, la camera iperbarica, ecc.).

 

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