Torna all'indice

di Tecnica & Medicina

 

 

67. UN BREVE EXCURSUS STORICO DELLA SUBACQUEA: dall'origine ai giorni nostri

 

Certamente non si ha la pretesa di fare qui la storia completa dell’immersione subacquea, dato che è già stata scritta più volte, ma si vuole solo segnalarne le tappe più salienti.

La storia della subacquea nasce da molto lontano. Fin dall’antichità l’uomo ha sempre cercato di scendere sotto alla superficie del mare, sia per necessità che per semplice desiderio di scoperta. Uomini e donne praticano da secoli immersioni in apnea. Una prova indiretta ci giunge da antichi manufatti di provenienza sottomarina trovati sulla terraferma (ad esempio ornamenti di madreperla) e dalle rappresentazioni di “subacquei” in antichissimi disegni. Antiche incisioni, scoperte in Assiria  e risalenti a parecchi secoli prima di Cristo, mostrano dei soldati che attraversano fiumi usando dei giubbotti di pelle di pecora galleggianti. Si è ritenuto che questi fossero dei rudimentali apparati di respirazione utilizzati dagli antichi “uomini rana”. Una leggenda racconta che già Alessandro Magno decise di immergersi con un “autorespiratore” che altro non era (o almeno così si suppone) se non una pelle di pecora cucita contenente aria, che tramite un tubo permetteva di respirare sottacqua. Nell’antica Grecia chi si immergeva in apnea era noto per aver cacciato spugne e per essere stato impegnato in imprese militari.

Interessante è la storia di Scilla di Scione, raccontata da Erodoto, storico greco del V secolo a.C., che è citata in numerosi testi moderni. Durante una campagna navale intorno al  500 a.C. il greco Scilla fu fatto prigioniero e imbarcato dal re persiano Serse I. Quando Scilla seppe che Serse stava per attaccare una flotta greca afferrò un coltello e saltò fuori bordo. I persiani non riuscirono a trovarlo in acqua e credettero che fosse annegato. Invece Scilla li sorprese di notte e si fece strada tra tutte le navi della flotta di Serse, liberandole dagli ormeggi. Immerso nell’acqua usò un giunco cavo come boccaglio per non essere visto e poi nuotò per circa 15 chilometri per raggiungere i greci oltre Capo Artemisio.

Uno dei maggiori ostacoli dell’immersione era quello di poter restare sottacqua per un periodo di tempo abbastanza breve. Respirare attraverso un giunco cavo permetteva al corpo di restare sommerso, ma le canne di giunco più lunghe di mezzo metro non funzionavano bene: la difficoltà di inspirare contro la pressione dell’acqua limitava sensibilmente la lunghezza del boccaglio. Si provò anche a respirare da una borsa piena d’aria portata sottacqua, ma il tentativo fallì a causa dell’inalazione del diossido di carbonio. Nel IV secolo d.C. il romano Flavius Renatus parla di immersioni subacquee fatte attraverso l’uso di un otre per respirare.

Nel XV secolo Leonardo da Vinci disegnò un paio di pinne ed uno snorkel. Leonardo inoltre, descrisse la prima campana subacquea nel suo “Codice Atlantico” (conservato nella Biblioteca Ambrosiana a Milano), che poteva essere utilizzata per respirare artificialmente sottacqua. Non vennero però forniti molti particolari, in quanto questo sistema venne descritto come “innaturale per l’uomo”, che ne avrebbe tratto vantaggio a fini bellici. Alcuni disegni mostrano differenti tipi di aeratori, altri set completi per l’immersione, tra cui anche una rudimentale muta subacquea con maschera e una riserva d’aria, questa attrezzatura era così completa da avere anche un collettore per l’urina. Ma tutto ciò è quasi leggenda, senza considerare che i mezzi di allora non permettevano la realizzazione di questi progetti… fantascientifici.

 

La vera “subacquea” nacque per scopi militari o per necessità di lavoro. Infatti le notizie che ci hanno trasmesso gli antichi raccontano di nuotatori che immergendosi in apnea tagliavano gli ancoraggi delle navi nemiche. Già dai tempi dei faraoni egizi esisteva un commercio delle spugne greche, per non parlare poi delle “Ama” giapponesi, pescatrici di perle, considerate al pari di una casta di samurai sino a qualche decennio fa. Gli Ama hanno una storia documentata di quasi duemila e cinquecento anni e ancora oggi in Giappone esiste un consistente numero di tuffatori e tuffatrici che ricavano il necessario per vivere dalla raccolta di ostriche, conchiglie e alghe destinate, rispettivamente, all’industria delle perle e della alimentazione. La parola “Ama” ha per significato “Oceano” ma attualmente identifica esclusivamente i tuffatori. Le origini sono antichissime, poiché vengono già menzionati nel 268 a.C. nelle cronache Giapponesi (Gishi-Wajin-Den) e se ne parla molto diffusamente in vari documenti del XVI e XVII secolo. Gli Ama sono sia uomini che donne. Mentre gli uomini si dedicavano principalmente alla pesca sottomarina e la loro categoria è quasi estinta, il popolo delle pescatrici donne è ancora molto numeroso e fa parte integrante della cultura e delle tradizioni del Giappone e della Corea.

 

Per tre secoli, dal 1565 al 1837, cioè dall’assedio di Malta allo scafandro di Augustus Siebe, la conquista dell’ambiente sottomarino fece dei progressi molto trascurabili. Questo confuso periodo è segnato da imprese realizzate con tini e conche che ricordano i lébèta greci. La parte più pittoresca ha del fantastico e concerne macchine da immersione che, fortunatamente per i loro inventori, non furono mai messe alla prova.

Molto interessante è la storia di Halley (1656-1742), un astronomo attirato dal fondo dei mari, che per immergersi utilizzava la tradizionale campana da palombaro. La sua innovazione consistette in un dispositivo che permetteva di regolarne l’afflusso di aria. A tal fine immergeva in acqua delle botti vuote su cui aveva innestato dei tubi che si introducevano sotto la campana e, aprendo il tappo di queste botti, la pressione dell'acqua spingeva l’aria fin nella campana. Halley fece anche di più: adattò al tuffatore un casco di legno collegato con un tubo al grande tino riempito d'aria: era il primo abbozzo di uno scafandro da palombaro.

Nel XVI secolo si iniziò ad utilizzare “campane subacquee” rifornite d’aria dalla superficie, il primo vero sistema per rimanere sottacqua per un tempo illimitato. La campana era tenuta ferma alcuni piedi sotto la superficie, il fondo era aperto all’acqua e la parte superiore veniva riempita di aria compressa dalla pressione dell’acqua. Un subacqueo in posizione eretta avrebbe avuto la testa fuori dall’acqua. Poteva lasciare la campana per un minuto o due per raccogliere spugne o esplorare il fondo, per poi tornare nella campana per un breve lasso di tempo finché l’aria diventava irrespirabile. Comunque alle varie attività sottomarine svolte sino a quell’epoca era mancata una base scientifica, di cui Archimede era stato, si può dire, l’unico a preoccuparsi. Ma con quello di Halley giunsero i contributi di Torricelli (1608-1647), di Pascal (1623-1662) e di Denis Papin (1647-1714). Ai dati scientifici di questi studiosi si ispirò in particolare l'opera del tedesco Klingert, che il 23 giugno 1797, sperimentò con successo nel fiume Oder uno scafandro a mantice. In seguito Klingert perfezionò il suo apparecchio e vi aggiunse un serbatoio dove l’aria era compressa dalla pressione stessa dell’acqua e che permetteva di regolare la profondità di immersione. Il principio dello scafandro moderno era stato trovato. I materiali però tradivano ancora le intenzioni degli inventori. Klingert per primo, ebbe l’idea di foggiare il suo casco in stagno, ma la tecnica della fabbricazione restava tuttavia molto primitiva. Da secoli, gli sperimentatori maneggiavano delle conche che sottacqua si rovesciavano, delle botti che scoppiavano e dei tubi di cuoio spalmati di cera che lasciavano sfuggire l'aria. Prima di sostituire questo materiale si dovette attendere che l’industria fornisse il rame, l'acciaio e soprattutto la gomma.

 

Con il tempo nacque la necessità di fornire aria respirabile ai lavoratori delle miniere, ma ciò divenne possibile solamente alla fine del XVIII secolo, periodo in cui nacquero i primi compressori. Tale importante scoperta consentì di applicare successivamente questo sistema di convogliamento dell’aria anche all’uso subacqueo.

Nel frattempo l’uso dello scafandro da palombaro si era rapidamente sviluppato ed anche quello del “cassone pneumatico” situato in profondità. Verso la fine del XIX secolo il mondo fu colto da una febbre di grandi opere e tra tante opere pubbliche che si edificavano, un buon numero avevano le basi nell'acqua: banchine, porti, ponti e fari. Per costruire queste fondazioni immerse, gli ingegneri impiantarono dei cassoni in cui l’aria compressa si opponeva all’entrata dell’acqua. Gli operai che vi lavoravano (chiamati “cassonisti”) furono vittime di malesseri e di accidenti già osservati nei palombari: si parlò di “malattia dei cassonisti” e gli anglosassoni la chiamarono “bends”, cioè curvature, dato che chi ne era colpito rimaneva tutto curvo e anchilosato. Si pensò anche che si trattasse di artrosi  dovuta all’ambiente umido in cui i cassonisti operavano, il male, infatti, oltre a cagionare semplici pruriti, provocava anche dolori muscolari o articolari, tumefazioni, disordini nervosi, paralisi. Alcune vittime rimanevano inferme per sempre e si verificano anche morti fulminee, inspiegabili. I medici cercarono invano le cause di questi accidenti e le attribuirono al freddo e all’umidità. Però non si trattava assolutamente di artrosi e oggi sappiamo bene il perché. Sempre nello stesso periodo, in Inghilterra e in Francia, furono usati degli scafandri fatti di pelle per immergersi a profondità di quasi 20 metri. L’aria veniva pompata dalla superficie con l’aiuto di pompe manuali. Presto vennero realizzati dei copricapi di metallo per resistere a pressioni ancora maggiori e i palombari andarono più in profondità. In seguito (intorno al 1830) il copricapo rifornito d’aria dalla superficie fu sufficientemente perfezionato da permettere vasti lavori di recupero.

 

In ogni caso, a partire dal XIX secolo due delle principali strade di investigazione, una scientifica e una tecnologica, accelerarono notevolmente l’esplorazione subacquea. La ricerca scientifica fu portata avanti dal lavoro del francese Paul Bert e dello scozzese John Scott Haldane: i loro studi aiutarono a spiegare gli effetti della pressione dell’acqua sul corpo e a definire i limiti di sicurezza per le immersioni con aria compressa. Allo stesso tempo i progressi tecnologici - pompe ad aria, scrubber, erogatori - resero possibile la permanenza dell’uomo sottacqua per lunghi periodi di tempo. Fu nel 1819 che il tedesco Augustus Siebe fabbricò il suo primo scafandro: un piccolo casco metallico prolungato da una tunica chiusa alla vita; l’aria inviata da una pompa si scaricava dalla cintura. Sempre Siebe, trasferitosi a Londra, basandosi sugli i studi di Leonardo da Vinci e di Halley realizzò nel 1937 un apparecchio, molto semplice e robusto, fondato su principi che ancora oggi sono universalmente in uso, comprendente un costume stagno e un elmo amovibile, munito di valvole d’immissione e di uscita dell’aria. Questo scafandro da palombaro fu adottato non solo dalla Marina inglese, ma anche da quella francese, privilegio di cui la ditta Siebe, divenuta attualmente la “Casa Siebe & Gorman”, godette sino al 1857. Intorno al 1842 il francese Joseph Cabirol iniziò invece la costruzione delle prime mute da palombaro.

Nel 1841 i medici Pol e Wattelle cominciarono a studiare alcuni casi di minatori che lavoravano nella prima miniera “pressurizzata” al mondo e quindi cominciarono col descrivere clinicamente quella che da lì in avanti fu chiamata “malattia da decompressione” (MDD) e giunsero a delle conclusioni per allora eccezionali: “il riportare i minatori colpiti dalla malattia alle diminuite pressioni, quindi sulla superficie terrestre, li conduceva ad una manifestazione di disturbi e dolori tali che qualche volta si concludevano con la morte; mentre il riportare i soggetti alle pressioni più elevate, alleviava le sofferenze”.  Una scoperta che è alla base delle teorie sulla decompressione!

 

Quando finalmente i fisiologi si impegnarono a prendere in considerazione la subacquea cominciarono fortunatamente a limitarsi i danni fisici e le conseguenze patologiche.

Il merito di aver dato una spiegazione scientifica alla “malattia dei cassonisti”spetta al fisiologo francese Paul Bert (1833-1886), il quale studiando la vita in atmosfera compressa e anche la vita in depressione, mostrò l’affinità del “male dei cassoni” con il “male degli aeronauti” riscontrato durante le ascensioni in pallone. Paul Bert espose le sue scoperte su tale questione in due opere: "Lezioni sulla fisiologia comparata della respirazione" (1870) e "La pressione barometrica" (1878), mettendo in evidenza la parte avuta negli incidenti dall’azoto sciolto nei tessuti che, in ragione della sua inerzia, si libera solo lentamente durante la decompressione, formando bolle che intralciano la circolazione sanguigna. Facendo esperimenti con la respirazione, Bert concluse che i gas che compongono l’aria interagiscono chimicamente col corpo e lo fanno proporzionalmente alla pressione. Egli determinò che l’azoto assorbito dal corpo umano e sottoposto a pressione (nella fase di discesa) quasi sempre forma delle bolle nel momento in cui la pressione viene a diminuire (nella fase di risalita). Però occorsero altri trentacinque anni per cercare di risolvere il problema, dato che gli studi e le raccomandazioni di Bert non vennero prese con la dovuta attenzione.

Nel frattempo, nel 1889 la ditta tedesca Dräger di Lubecca inventò un sistema per l’erogazione dell’aria brevettandolo un anno dopo: questo era l’antenato degli attuali erogatori. Così l’uomo potè cominciare ad immergersi anche a rilevanti profondità e da quella scoperta in poi tutto divenne relativamente facile.

 

Paul Bert era in rapporti con Augustus Siebe a Londra, dove le sue lezioni furono senza dubbio meglio ascoltate che in Francia poiché l’opera iniziata dal fisiologo francese fu seguita da John Scott Haldane (un fisiologo scozzese specializzato nello studio degli effetti dei gas sul corpo umano) e dai suoi collaboratori. Nel 1906 Haldane fu incaricato dalla Royal Navy di studiare i casi dei palombari della Marina colpiti dalla “malattia da decompressione”. Facendo esperimenti sulle capre, applicando le esperienze ed i trattati di Bert, Haldane riuscì a dimostrare quanto azoto in eccesso potesse essere tollerato prima della formazione di bolle (è questa la famosa “teoria haldaniana” del rapporto 2:1, migliorata poi dalla US Navy con l’introduzione del concetto di “valori M”) e limitando quindi il manifestarsi della malattia. Questi studi condussero nel 1906 al metodo di “decompressione per quote” e l’anno successivo alla compilazione di una  “tabella di decompressione”. In pratica si riproponevano gli studi e le intuizioni di Bert. Gli inglesi acquisirono così per parecchi anni un’incontestabile supremazia nel campo dell’immersione profonda e da questo momento la storia della subacquea cambiò parecchio grazie alla relativa sicurezza data dagli studi di Haldane.

Nel 1908 John Haldane, Arthur Boycott e Guybon Damant pubblicarono "The Prevention of Compressed-Air Illness", con studi dettagliati sulle cause e i sintomi del malessere da decompressione. E’ in questo preciso momento che la storia della subacquea prende in considerazione un aspetto che prima non era mai stato affrontato in maniera adeguata: la sicurezza. Questa norma elementare, che oggi per qualunque subacqueo è diventata un comandamento insostituibile, per quei tempi era sicuramente un grande passo in avanti e,  ovviamente, cominciò ad affermarsi di pari passo con le scoperte e le conoscenze scientifiche dei primi anni del ‘900. Cominciando ad applicare le leggi della fisica l’uomo riuscì a capire che per andare sott’acqua non si poteva contare sulla sola prestanza fisica, ma occorreva analizzare diversi aspetti che Archimede, Torricelli, Henry, Pascal, Dalton, Charles, Boyle e Mariotte avevano scoperto e sperimentato, definendo alcuni principi fondamentali della fisica dei gas. Così nel 1912 Haldane, Boycott e Damant pubblicano le tabelle di decompressione della U.S. Navy e nel 1916 il Dräger modello DM 2 diventò l’equipaggiamento standard della Kriegsmarine tedesca.

 

Si può quindi affermare che la storia della subacquea nasce in un periodo molto antico che purtroppo non è possibile datare con certezza poiché i testi giunti fino ai giorni nostri parlano di nuotatori subacquei, ma non descrivono con esattezza metodologie o comportamenti.

Per avere una dettagliata descrizione di un’impresa subacquea dobbiamo arrivare fino al 4 agosto 1913 quando il comandante della nave da battaglia “Regina Margherita” raccontò sul diario di bordo l’impresa compiuta dal pescatore di spugne greco Gheorghios Haggi Satti. Costui, di esile corporatura e con gravi problemi al timpano, riuscì a compiere quattro immersioni in apnea a profondità comprese tra i 45 e gli 84 metri per imbracare la catena dell’ancora rimasta incastrata sul fondo ad una profondità di 77 metri. Questa descrizione fu considerata per moltissimo tempo una fantasia dell’equipaggio e degli ufficiali della “Regina Margherita”, ma così non era.

 

Nel 1937 l’ingegnere americano Max "Gene"  Nohl sperimentò un gas respiratorio che utilizzava al posto dell’aria una miscela composta da elio e ossigeno. Grazie a questa miscela il 1° dicembre 1937, Nohl portando sulla schiena dei cilindri ad alta pressione contenenti il gas respiratorio riuscì a scendere a 420 piedi (128 metri) di profondità nel lago Michigan in totale autonomia, stabilendo il primo record d’immersione civile.

Con la creazione della prima “miscela sintetica” si aprirono dei nuovi mondi all’esplorazione subacquea nel campo professionale e lavorativo e la conseguenza fu una ricerca maggiore sulle tecnologie e un effetto benefico alle attività sportive. Sempre nel 1937 la American Diving Equipment and Salvage Company (conosciuta oggi come DESCO Diving Equipment), che aveva tra i suoi fondatori proprio Max Nohl, produsse una tuta da immersione pesante, dotata di respiratore misto elio-ossigeno. Nohl contribuì inoltre alla realizzazione della DESCO Jack Browne maschera, che è ancora oggi in produzione. Sempre nel 1937 Georges Commeinhes produsse un apparato di respirazione con erogatore a circuito aperto.

Nel 1938 Edgar End e Max Nohl simularono la prima immersione, con saturazione intenzionale, passando 27 ore ad una profondità di oltre 30 metri nella camera iperbarica nell'ospedale di Milwaukee. La decompressione fu fatta in 5 ore e Nohl soffrì da malattia da decompressione.

Nel 1939 George Commeinhes offrì il suo set di respirazione alla Marina francese, che però non ne continuò lo sviluppo per via dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Sempre nel 1939 Christian J. Lambertsen, statunitense, progettò una apparato SCUBA ad ossigeno per la U.S. Navy, il primo ad essere chiamato con quell’acronimo. Nel luglio 1943 G. Commeinhes raggiunse i  53 metri di profondità usando il suo apparato di fronte a Marsiglia, ma la sua invenzione venne poco dopo surclassata da quella di Jacques-Yves Cousteau.

 

Fondamentalmente  quindi, nella prima metà del ‘900 gli interessi alla ricerca sottomarina erano concentrati quasi esclusivamente nel campo militare e la scarsa autonomia delle bombole e degli erogatori di allora che disperdevano quantità eccessive di aria, insieme ai limiti che la tecnica ARA imponeva, misero in primo piano l’ARO.

La pratica dell’immersione con “rebreather” in Italia venne adottata dalla Regia Marina Militare che fornì ai propri uomini rana della X Flottiglia MAS dei rebreather a ossigeno. Tesei e Toschi ne ottimizzarono la resa a tal punto da essere poi usato come arma segreta dalla Marina italiana che riuscì così a compiere eccezionali missioni belliche. Basti pensare alle imprese dei “maiali” o siluri a lunga corsa (SLC) o alle imprese di Luigi Ferraro o di Luigi Durand de la Penne che permisero alla Marina italiana di avere un ruolo predominante durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dal 1941 al 1945, gli anni della Seconda Guerra Mondiale, molte nazioni utilizzarono uomini rana equipaggiati con rebreather per alcune azione di incursione durante la guerra.

 

Intanto, nel luglio del 1943, Gerorges Comheines al largo di Marsiglia discese a 53 metri e risalì in superficie in due minuti. Comheines  era equipaggiato con un congegno di sua invenzione (variante dell’apparecchio Le Prieur), costituito da due bombole d’acciaio contenenti aria compressa a duecento chili, assicurate con cinghie sul dorso, da un riduttore di pressione e da una maschera fornita di valvola di evacuazione dell’aria viziata. La novità di tale apparecchiatura stava nel fatto che il riduttore, invece di fornire l’aria continuamente sin dall'apertura del rubinetto, la erogava solo ad ogni inspirazione, permettendo un’economia nel consumo ed una conseguente maggior durata dell’immersione.

Nel 1942 l’ingegner Emile Gagnan, collaboratore del comandante Cousteau, modernizzando il sistema Rouquayrol, inventò il moderno erogatore e l’anno successivo Jacques-Yves Cousteau e Emile Gagnan inventarono e costruirono il primo Aqua-Lung, rimasto segreto fino alla liberazione del sud della Francia. Con questa attrezzatura, nell’ottobre del 1943, sempre davanti a Marsiglia, Frédéric Dumas raggiunse i 62 metri di profondità e risalì in superficie in due minuti. Lo scafandro utilizzato era una creazione di Cousteau e di Gagnan e rispetto ai sistemi precedenti aveva una maggior robustezza e semplicità. L’apparato si componeva essenzialmente di un riduttore che liberava l’aria “a richiesta”, qualunque fosse la posizione del sommozzatore e al posto delle maschere  aveva dei comuni occhiali da cacciatore sottomarino, che racchiudevano gli occhi e il naso. Il sommozzatore stringeva tra i denti un boccaglio di gomma, da cui attraverso il riduttore affluiva l’aria delle bombole.

 

La fine della Seconda Guerra Mondiale segnò un grande momento di sviluppo per la subacquea e per gli apparecchi di respirazione. Grazie al comandante Cousteau e all’ingegner Gagnan nacque l’erogatore automatico (il famoso Royal Mistral), che verrà poi perfezionato con il tempo.

Dopo la guerra la subacquea iniziò finalmente ad essere aperta anche agli sportivi in ambito civile e non solamente ai super dotati, permettendo a sempre più persone di andare sott’acqua.  Nascono le prime didattiche subacquee e nel 1966 venne fondata la Professional Association of Diving Instructors (PADI).

Il progresso delle attrezzature scuba continua incessantemente e nel 1968 viene prodotto il primo rebreather con parti elettroniche, detto Electrolung; mentre nel 1971 la Scubapro introduce il giubbotto ad assetto variabile (GAV) e l’anno successivo, sempre la Scubapro introduce il primo computer subacqueo analogico. Nel 10983 viene creato il primo computer subacqueo digitale, l'Orca Edge.

 

Vale la pena ricordare solo alcuni nomi che hanno segnato la storia delle immersioni nella seconda metà del ‘900: Bret Gilliam,Tom Mount e Sheck Exley, tutti americani, grandissimi esploratori e profondisti. In ogni caso, a partire dagli anni ’70 si sviluppò, a fianco del crescente fenomeno del turismo internazionale, un turismo della subacquea mirato alla semplice "visita" dell’ambiente sottomarino. In Italia, ad esempio, nell’ultimo decennio si è sviluppato in modo esponenziale il turismo subacqueo, con diversi tour operator specializzati e scuole di subacquea reperibili in ogni città o centro turistico.

La US Navy ha avuto ed ha ancora oggi una posizione di rilievo nello sviluppo, nella ricerca e nella realizzazione di nuovi strumenti che permettono di andare sott’acqua in sicurezza. All’inizio i primi palombari, pionieri della subacquea, si immergevano con attrezzature pesanti ed ingombranti, che rendevano possibili spostamenti limitati muovendosi sul fondale ed erano direttamente dipendenti dalla superficie, dalla quale giungeva l’aria attraverso sistemi di compressori che alimentavano lo scafandro. Oggigiorno i subacquei, grazie alle nuove attrezzature sempre più leggere, tecnologiche e confortevoli, sono completamente autonomi dalla superficie e possono spostarsi nuotando quasi senza fatica; ma durante le immersioni può anche accadere di muoversi sfruttando un veicolo a propulsione, secondo le esigenze, o semplicemente sfruttando le correnti marine. Insomma oggi si può dire davvero che la subacquea  è alla portata di tutti; purtroppo però, con quella che da una parte è stata la fortuna per la subacquea, si è aperta anche una parentesi che ha portato conseguenze negative. Infatti se da una parte è stato un bene ampliare la platea di coloro i quali potevano immergersi, dall’altra l’eccessiva confidenza ha portato a conseguenze anche molto gravi.

Gli sportivi in genere, incoraggiati dai record di profondità con l’aria, hanno iniziato a prendere eccessiva confidenza con l’immersione, senza tenere conto di quelle che erano le regole fondamentali della sicurezza. I pionieri di un tempo, che ancora oggi si vantano di aver superato un’embolia, furono quelli che fecero criminalizzare la subacquea. Oggi nessuno si sognerebbe di effettuare un’immersione senza aver prima frequentato un corso di addestramento specifico. La scienza e gli incidenti avvenuti hanno dimostrato che andare sott’acqua è bello, facile, divertente e entusiasmante, ma la subacquea non è uno sport da improvvisare, bensì da amare, comprendere e studiare approfonditamente. Solo allora diventa facile, sicuro e divertente, nel rispetto delle sue regole.

 

Abbiamo visto che la storia della subacquea praticamente è nata con la comparsa dell’uomo e ogni giorno che passa ci porta a scoperte sempre nuove. Barriere che fino a ieri erano considerate invalicabili oggi sono state abbattute, ma il futuro che cosa ci riserva? Probabilmente dei rebreathers sempre più perfezionati, che ci permetteranno di rimanere sott’acqua… all’infinito!

Torna all'inizio della pagina