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di Tecnica & Medicina

 

 

31. Introduzione alla speleologia subacquea 

 

 di Corrado Bonuccelli

 

Come il nome suggerisce, la speleosubacquea è una sintesi tra la speleologia e la subacquea; è nata perché molte grotte terminano con zone allagate e si desidera sapere cosa c’è oltre lo specchio d’acqua, sempre che si tratti di zone praticabili agli esseri umani. Questa disciplina ha sofferto e ancora soffre di una serie di malintesi che riguardano la sua “pericolosità”. E’ senz’altro vero che non si tratta di qualcosa da prendere con nulla di meno di un’adeguata preparazione, un adeguato allenamento e così via. Ma presentarla - come spesso si fa – in termini di un’attività riservata a pochi grandi eroi (categoria a cui ovviamente è certo di appartenere chi la sta presentando) non rappresenta un buon servizio a qualcosa che è in realtà accessibile a più persone di quante non ci si possa aspettare.

 

Una delle fonti di malintesi è rappresentata da quella che a quanto pare è la difficoltà di capire che sotto il nome di “speleosubacquea” vi sono due discipline distinte, con finalità, metodi e rischi abbastanza differenti. La prima, forse tale anche da un punto di vista storico, nasce tra gli speleologi terrestri ed è la speleosubacquea vera e propria. Molto spesso l’esplorazione di una grotta termina di fronte a uno specchio d’acqua e, si sa, gli speleologi non sempre hanno

 con l’acqua un rapporto idilliaco. E’ naturale, dicevo, che si desideri sapere cosa c’è oltre lo specchio d’acqua (spesso la grotta continua all’asciutto dopo quello che si chiama “sifone”) ed ecco che alcuni speleologi diventano anche subacquei. Ma quel “anche” è la chiave della faccenda: ci diventano essendo prima speleologi, con una mentalità da speleologi già formata che la frequentazione di corsi sub modifica in minima parte. E rimangono speleologi anche negli obiettivi, che sono essenzialmente esplorativi (per saperne di più, e te lo suggerisco, puoi dare un’occhiata sotto nel paragrafo “Introduzione alla speleologia”).

Che tipo di ambiente ci si trova davanti in un’immersione speleosubacquea vera e propria? Di solito ambienti lontani dagli ingressi, spesso stretti e quasi invariabilmente con visibilità molto bassa. In grotta le condizioni sono di solito molto stabili e favoriscono l’accumulo di depositi di limo che le bolle e il movimento dell’acqua provocato dal pinneggiamento mandano immediatamente in sospensione. Molto facilmente la visibilità va a zero, ma proprio zero.

 

Immaginare la visibilità zero non è difficile: basta chiudere gli occhi. Come si può immaginare, un subacqueo troverebbe questa situazione nel migliore dei casi un’assurdità; lui vuole vedere pesci, ambienti piacevoli e colorati e così via, un po’ come questo qui. Ma lo speleosub la vede come un momento necessario di qualcos’altro che culmina in quello che spera di trovare dopo il sifone, tanto è vero che spesso porta con sé il materiale per proseguire la progressione “terrestre”. Insomma, è naturale che non abbia apprezzato l’immersione come tale; semplicemente per lui si tratta di un ostacolo da superare e nulla più.

La seconda disciplina è quella che viene anche chiamata “immersione in risorgenza” ed è qualcosa di assolutamente diverso, sebbene spesso venga chiamata anch’essa speleosubacquea. Innanzitutto i siti sono di solito molto facilmente raggiungibili; quasi sempre non ci sono difficoltà speleologiche, anzi, in non pochi casi basta lasciare la macchina e fare qualche decina di metri a piedi. Faticosi quanto vogliamo (spesso occorre fare parecchie volte il tragitto avanti e indietro carichi di bombole e altra roba pesante) ma, dicevo, quasi sempre all’aperto, senza la necessità di conoscere le tecniche di progressione speleologica. In generale l’acqua è assai più limpida di quanto non sia nei sifoni e tutto sommato il tipo di immersione non differisce molto da quella in mare salvo essere estremamente remunerativa dal punto di vista della bellezza e interesse dei luoghi. Al punto che molti subacquei un poco annoiati della “solita routine” decidono di diversificare i loro obiettivi anche in questa direzione. Ma rimangono prima di tutto subacquei anche negli obiettivi, che sono essenzialmente ludici (hai per caso già letto qualcosa di simmetrico a questa frase poco sopra?). Si può ora intuire che vi è una sorta di dissimmetria tra le due situazioni ed è effettivamente così. Uno speleologo è abituato al buio, all’ambiente di grotta e a una certa “sollecitazione psicologica”; il suo passaggio alla subacquea è per così dire un percorso in discesa. Ma per il subacqueo che va in grotta senza essere speleologo, si sommano le difficoltà dell’attività subacquea (sempre presenti) a quelle mentali del

 - per lui - ostile ambiente ipogeo; è una strada decisamente in salita. Questo fatto, sommato alla relativamente scarsa diffusione tra i subacquei delle tecniche specifiche per la progressione in grotte sommerse, ha portato a tutta una serie di incidenti mortali che non sono l’ultima causa della chiusura di diverse risorgenze nel nostro paese. Al momento in cui scrivo sono in atto (inutile dirlo, da parte degli speleosub più volonterosi e insofferenti verso disposizioni non sempre giustificabili) una nutrita serie di ricorsi e proteste contro le ordinanze comunali che hanno decretato l’interdizione all’immersione a cui accennavo; tuttavia

parecchi incidenti si sarebbero potuti evitare con un po’ di buona informazione e, in qualche caso, di prudenza e coscienza delle proprie capacità e mezzi.


Qual’è lo scenario tipo delle due attività? Possiamo immaginare un’immersione speleosubacquea come un’uscita in grotta con – quando va molto bene - il quintuplo del materiale di una normale uscita, portato presso il sifone da un nutrito numero di quelli che vengono espressivamente chiamati “sherpa”. Difficilmente, molto difficilmente, la situazione consiglia o permette l’immersione in coppia. Per mandare un solo speleosub (detto talora “sifonista”) si deve mobilitare un intero gruppo speleo, mandarne due è veramente una possibilità rara. Gli adepti di questa disciplina sono spesso convinti sostenitori dell’immersione in solitaria perché – dicono – in caso di incidente l’esperienza ha dimostrato che quasi certamente anche l’altro verrebbe coinvolto sulla falsariga del lugubre “meglio un morto che due”. Sostengono anche che l’immersione in solitaria è più sicura perché non si deve distogliere l’attenzione per controllare il compagno e hanno parecchi altri argomenti convincenti. Non commento; penso però che per quel contesto, ripeto, per quel contesto, non si tratti di sciocchezze anche se personalmente se non posso avere il compagno, semplicemente ci penso un po' su se fare l’immersione o meno. Ho un sacco di altri interessi e non mi rimangono mai troppi rimpianti. L’immersione in risorgenza quasi sempre permette il sistema di coppia ma è sempre in agguato l’errore – talvolta pagato a carissimo prezzo – di considerarla come una normale immersione a mare. Mai e poi mai fare questo, ma ne parlo poco più sotto.

 

Nonostante tutto quanto sopra, le due distintissime forme di speleosubacquea non sono più pericolose di quanto lo erano tempo fa. L’esperienza accumulata con parecchi incidenti ha portato alla messa a punto di tecniche affidabili (anche per l’immersione in solitaria) purché le si adottino senza deroghe e non si desideri strafare. Come dicevo, presentare quest’attività come un fatto riservato a pochi eroi può essere al limite vero solo per obiettivi difficili, ma per tanti altri siti una buona istruzione specifica e una progressione adeguatamente prudente permettono a molti che lo desiderano di scoprire una dimensione della subacquea veramente affascinante (ovvio che in questo caso mi riferisco al sub “tradizionale” che vuol fare immersione in risorgenza).

Cosa fare, per iniziare questa attività? Non intendo discuterne le tecniche sia perché non mi sento qualificato quanto penso lo si debba essere per parlare con autorità, sia per non favorire stupidi autodidatti; mi limito quindi a indicare la strada che penso più sicura. Anche se non si ha la minima intenzione di proseguirla, un corso di speleologia terrestre sarebbe di gran lunga il miglior biglietto d’ingresso. Ovvio che non bastano le 4-5 uscite di un corso ma suggerirei di farne

almeno il doppio; poi, potremo anche lasciare perdere e considerare i 2-3 mesi necessari ad accumulare queste dieci uscite come una spiacevole parentesi, ma intanto avremo iniziato ad acquisire la “forma mentis” adatta a proteggerci da un sacco di grane. Successivamente, ma solo successivamente, potremo pensare

a corsi specifici: di subacquea per quegli speleo terrestri che si appassioneranno della speleosub vera e propria, di speleosubacquea a mo' di “specializzazione” per i sub “marini” che preferiscono le risorgenze. Non vorrei che queste linee generali venissero prese alla lettera. Ci sono molti modi validi di accostarsi alle cose e

non si può mai dire cosa è meglio; quel che conta è informarsi a 360 gradi presso fonti affidabili. Un ottimo riferimento che mi sento di consigliare è la “Scuola di Speleologia Subacquea” che opera nell’ambito della Società Speleologica Italiana; la scuola tiene periodicamente corsi e basta contattarla per conoscere i programmi didattici. Sul resto non so, ma molte specializzazioni “cavern” e “cave” eccetera di non poche agenzie di didattica subacquea, a essere sinceri non mi ispirano troppa fiducia anche se sottolineo che si tratta di un’opinione personale; troppo spesso la necessità di avere un catalogo completo di offerta didattica prende il sopravvento sulla grande specificità di questa disciplina che è meglio apprendere da chi ad essa si dedica come primo interesse (cosa spesso incompatibile con il tempo sottratto dall’operare in agenzie didattiche). Da relativamente poco tempo, poi, è stato introdotto nel nostro paese il sistema di immersione DIR (e relativa didattica “vicina”, la GUE) che si è sviluppato negli Stati Uniti; è un sistema che si è evoluto in strettissimo collegamento con le esplorazioni speleosubacquee nelle grandi, ampie, limpide e non troppo fredde risorgenze della Florida. Si tratta di qualcosa di estremamente valido che sta

– più che meritatamente – già avendo una profonda influenza su tutta la subacquea attuale e futura. Sfortunatamente molti suoi propugnatori tendono messianicamente a presentarlo come l’Unico Approccio Valido all’immersione il che lascia spazio a perplessità non solo quando si parla della speleosubacquea vera e propria, dove effettivamente il sistema di coppia (su cui il DIR è strettamente basato) non è necessariamente e sempre la migliore soluzione. Insomma, mente aperta e niente assolutismi che possono risultare pericolosi, da qualsiasi parte si cerchi di imporli.

 

Un'ultima cosa: se sei su questa pagina provenendo dalla sezione "subacquea" e girovaghi un poco per questo sito, vedrai che ho deciso di collocare questa scheda nella sezione "montagne e grotte"; spero solo che ciò ti faccia riflettere sulle proporzioni con le quali le discipline che gli danno il nome afferiscono alla speleosubacquea.

Se sei un subacqueo "marino" o anche lacustre (non fa differenza) che pensa di saperne abbastanza per non abbisognare di istruzione specifica, riflettici su.

 

Introduzione alla speleologia

Non sono certamente la persona più qualificata o autorevole per parlare o, ancor peggio, presentare la speleologia. Però posso assicurare che a distanza di diversi anni dal primo incontro l’entusiasmo e la passione non sono mai venuti meno (beh, periodi di demotivazione capitano a tutti...) e sono sempre molto contento quando vedo altri avvicinarsi a cose che per me sono importanti.

 

Quindi, ecco una piccolissima scheda introduttiva. 

Il termine “speleologia” conserva – unico tra tutte le discipline che hanno a che fare anche con lo sport – quel suffisso “-logos” che ci rimanda alle scienze esatte.

In effetti è un’attività che presenta una notevole quantità di aspetti diversi che possono o meno convivere in tutto o in parte nelle persone che la praticano.

Di grande interesse per molti campi delle scienze naturali, le grotte rappresentano anche – per chi lo desidera - grandi sfide sportive. Ma non si tratta di sport come quelli in cui domina la prestazione fisica, sebbene a certi livelli richieda notevole allenamento; senza la componente volgarmente detta “mentale”, fatta di conoscenza, esperienza, abilità e così via, quello che si fa perde molto del suo significato. Ma non è di un livello tanto elevato – e comunque del quale non ho esperienza – che vorrei parlare. Come tutte le cose interessanti ciascuno può praticarla alle proprie possibilità e trovare comunque una remunerazione.

 

In termini di “numeri” la speleologia è poco diffusa tra le attività che hanno a che fare con la montagna; non mi sono mai interrogato più di tanto sul perché ma possono giocare componenti inconsce (molto di quel che c’è di male nelle nostre tradizioni sta sottoterra, sottoterra seppelliamo i morti e così via) o anche la più che ragionevole paura del vuoto (le grotte tendono ad andare in giù) e certamente altre ancora. Ma noi esseri umani abbiamo il grande dono dell’intelligenza che possiamo esercitare su due fronti: 1) molte di queste componenti si possono razionalizzare e 2) l’ignoranza su molti aspetti di quest’attività può essere eliminata con un po’ di buona e corretta informazione come quella che sto tentando di fare qui. Iniziamo dal secondo punto. Una delle etichette affibbiate alla speleologia è quella di essere un “alpinismo all’ingiù” e ciò non è vero per due ordini di motivi. Il primo è quello psicologico, e infatti conosco pochissime persone che siano contemporaneamente ed ugualmente appassionate sia di speleologia che di alpinismo; la mentalità è profondamente diversa. L’alpinista sa già dove andrà, anzi a meno che non stia aprendo una nuova via sarebbe un imprudente se non avesse consultato la relazione di quella che intende percorrere. Quello che principalmente gli interessa è – con varia intensità - la “sfida” con la difficoltà e la conferma a sé stesso (e, ahimè, talvolta ad altri) della capacità di saperla superare. Lo speleologo, quello “ideale” perlomeno, mira ad altro, ovvero all’esplorazione di frammenti di questo pianeta che prima di lui non avessero mai visto essere umano. Se è intelligente (non sempre accade) al contrario dell’alpinista cercherà per quanto possibile di evitare le difficoltà in quanto ostacolo al suo vero obiettivo. Frequentando gli adepti di entrambe le discipline si percepisce poi una differenza di modo di essere che è difficile rendere in parole ma c’è. Mi sono sempre chiesto come poterla portare a livello razionale, come poterla descrivere ma tutto quel che mi viene in mente (e prendilo come nulla più di un pensiero a voce alta) deriva dalla diversa organizzazione della progressione. Premesso che non si deve generalizzare, l’alpinista – e spero che se sei alpinista tu non te la prenda - tende, dico, tende ad essere di carattere un po’ chiuso e “lega” principalmente con il suo fido compagno di cordata che raramente e malvolentieri è disposto a cambiare. Per una serie di ragioni, invece, la speleologia è un’attività di gruppo. Lo è al livello dell’organizzazione perché occorre consorziarsi per acquistare la notevole quantità di materiale necessario (di qui l’importanza dei gruppi speleologici rispetto al singolo individuo) e lo è al livello della progressione: per ragioni su cui sorvolo il minimo consigliabile di persone per andare in grotta è quattro. Insomma, chi non sta bene in compagnia è destinato a trovarsi male; posso testimoniarlo direttamente perché ormai a qualche corso di speleologia ho assistito e le persone che non hanno un buon senso di relazione con il prossimo si sono eliminate da sé, sollevando altri dall’imbarazzo di mandarle dove meritavano. La seconda ragione del perché la speleologia non è “alpinismo al contrario” è squisitamente tecnica. L’uso della corda è opposto nelle due discipline: l’alpinista, se è bravo e fortunato, la corda non la userà mai perché è il suo mezzo di assicurazione (contro le cadute, intendo). Lo speleologo, invece, usa la corda per spostarsi. Oltre a ciò – e questo ci avvicina alla parte per così dire apologetica

di questa scheda – la tecnica d’uso della corda non ha paragoni tra le due attività. Quella alpinistica è molto, ma molto più difficile e meno codificabile di quella speleologica e anche facendo le cose al meglio una sosta alpinistica non è quasi mai paragonabile a un armo speleologico in termini di sicurezza e semplicità di messa in opera, tutto a favore della speleologia nel caso non fosse chiaro. Altra differenza, il grado di impegno fisico; come per molte attività di montagna, chiunque in normale forma fisica può fare un’attività adatta a sé; conosco persone di ben oltre 60 anni che danno una pista a gente con metà degli anni. Insomma, con l’età non hai scuse!

 

Gli aspetti mentali: chi scrive è capitato in un corso di speleologia per caso, costretto e per nulla motivato. Prima del corso salire su una scala per cambiare una lampadina mi faceva star male (ma, bada, le vertigini di cui tutti dicono di soffrire in realtà non sono altro che la normale paura del vuoto: le vertigini vere e proprie sono una patologia rarissima). Dico ciò non perché io pensi che possa interessare a qualcuno la mia autobiografia ma, credimi, solo per incoraggiarti: se – ma non del tutto  – ho potuto superare io la paura del vuoto, può riuscirci chiunque. Persino se sei terrorizzato dal vuoto, pian piano riuscirai a superare il problema; oltretutto, cosa che l’alpinismo non può vantare, in grotta è buio. Dopo i 6-7 metri che può illuminare il tuo acetilene, che più sotto ce ne siano 10 o 50 non fa molta differenza. Ovvio, c’è un limite a tutto; se si sa che sotto ci sono 310 metri, se anche non si vedono l’effetto non cambia di molto, temo. La prova di ciò che vado scrivendo? Che un corso di speleologia dura poco anche a causa della semplicità delle tecniche e della facilità a superare questi problemi; un corso “medio” prevede un paio di uscite in palestra di roccia per imparare le manovre di corda, 4-6 uscite in grotta e poi... si è pronti per iniziare ad accumulare la propria esperienza. Altro fattore interessante, fare speleologia significa anche avere un accesso facilitato al mondo delle forre (ovvero gole o canyons come li vuoi chiamare) visto che parte delle tecniche sono molto simili. E anche questo è un mondo per molti aspetti quasi altrettanto affascinante.

 

Aspetti pratici, ora. Se non hai agganci e/o amici che fanno già attività e quindi non sai come iniziare, puoi cercare con un motore di ricerca la Società Speleologica Italiana che mantiene un elenco di tutti i gruppi aderenti; di sicuro, a una distanza ragionevole da te, ce n’è almeno uno. Periodicamente tutti i gruppi organizzano corsi e fare un corso è la cosa migliore per iniziare. Non occorre nemmeno un’attrezzatura costosissima; durante il corso il materiale di progressione (imbrago, bloccanti, discensore, etc.) viene fornito dal gruppo speleologico e a te toccano solo poche, semplici ed economiche cose. Poi, se decidi di proseguire, potrai affittare presso il gruppo a una modica cifra il materiale di progressione o, se e quando potrai, acquistare il tuo personale. L’aspetto economico, che riguarda sia i relativamente bassi costi delle attrezzature che quello delle uscite, è un’altra delle tante belle sorprese di questa attività.

 

Come in tutte le cose umane, si rischia di rimanere delusi, il che personalmente non mi riguarda ma potrebbe riguardare te un domani. Se si fa speleologia a solo scopo esplorativo, o si profondono in essa sforzi ed energie notevoli oppure ci si deve rassegnare a molte delusioni. E' vero che conosciamo una parte minima dei mondi sotterranei e che c'è spazio per moltissimi esploratori ancora. Ma è anche vero che i grandi colpi di fortuna sono rari, soprattutto oggi che gli obiettivi

 più facilmente raggiungibili sono stati già scoperti. In altre parole, è molto raro che a poche centinaia di metri di comodo sentiero da dove abbiamo lasciato le macchine si apra un sistema di dieci chilometri di comode gallerie e comodi pozzi. Piuttosto, almeno qui nel contesto laziale che mi è meglio noto, molto di quel che c'è da scoprire sta ormai al sommo di risalite dal basso, passaggi difficili e/o in profondità e così via. Non si può avere tutto con nulla e dunque, come dicevo, se l'obiettivo è la sola esplorazione occorre una dedizione veramente notevole. Però, consapevole di una punta di "eresia" rispetto allo speleologo puramente esploratore, secondo me non è tutto qui. Per quanto mi riguarda, se visito una grotta per la prima volta, per me è in un certo senso esplorazione; che importa se qualcuno c'è stato prima di me se tanto non ho ancora visto cosa c'è davanti ai miei passi? A ciascuno le sue risposte, la mia te l'ho data e aggiungo che solo in Italia ci sono certamente più grotte di quante potrò vederne in questa vita; volevo segnalare un potenziale problema per alcuni che possono essere desiderosi di facili glorie. Nessuna attività umana può darle, e questa non fa eccezione. Sappi tu come regolarti e trova la tua dimensione.

 

C’è infine un’altra cosa, per quanto mi riguarda la più bella. Forse anche per il fatto che è un’attività che tende per sua natura a estromettere chi non sta bene con gli altri e perché la fanno in pochi, c’è – di solito! - una certa solidarietà umana. Per me che provenivo da un ambiente in cui si annidano diversi mentecatti e che “impone” un discreto egoismo e distorto senso di identità, è stata una sorpresa e ancora adesso il senso di sorpresa non è diminuito. Non mi ricordo chi scrisse che se sei uno speleo e capiti in una città in cui non conosci nessuno e non sai dove andare ma ci sono altri speleo, se anche non li conosci mal che ti vada ti daranno le chiavi della sede del gruppo per poter dormire. Forse, anzi, senz'altro c’è una componente idealistica in questo; discussioni, scorrettezze anche pesanti e così via esistono come in tutte le dinamiche dei rapporti umani. E, se permetti un'ulteriore nota personale, dovrei dire che delle 6-7 persone verso cui serbo profondo rancore la metà sono speleologi... Ma come tutte le eccezioni, conferma la regola. Insomma, forse anche perché la mia capacità speleologica è a un livello molto basso e non rappresento una potenziale concorrenza per nessuno, ho una marea di ricordi di solidarietà e cortesia. Ho trovato molti dei miei migliori amici e questo non è che uno dei doni di un’attività che spero le circostanze mi consentano di praticare per il resto della mia vita, e così auguro a te.

 

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